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mercoledì 15 febbraio 2017



   

 CRITICHE E RECENSIONI 1

a) Enzo Moscato, Lacarmèn (Una metamorfosi napoletana), Kairos 2016.

Abbagliati dalla musica di Bizet, solare e drammatica allo stesso tempo come voleva Nietzsche, si rischia di dimenticare (a meno che non lo si sia mai letto  prima come è nel mio caso) il racconto di Prosper Mérimée che dà origine alla storia e al personaggio. Si dimentica o si ignora che il racconto di Mérimée non si chiude  con la tragica morte di Carmen per mano di don José, ma con una piccola dissertazione  etnografica e storica sugli zingari che culmina in una analisi della loro lingua. Nelle ultime due pagine Mérimée affronta il problema della provenienza geografica  e culturale degli zingari che secondo gli orientalisti vengono dall’India, delle trasformazioni  che la loro lingua ha subito a causa del contatto con altri popoli e altre civiltà e finanche dell’esistenza dei dialetti zingareschi. D’altra parte  il racconto  era  iniziato con Mérimée che giustificava il suo viaggio in Andalusia con lo scopo di individuare, previa consultazione di una biblioteca locale, il luogo dove si era svolta la battaglia di Munda combattuta da Giulio Cesare contro i repubblicani conservatori. La storia di Carmen e di José si incastona fra una ricerca storica e un’analisi linguistica.
La voglia di leggere finalmente il racconto di Mérimée mi è stata provocata, come spesso accade – libro chiama libro – , da un’altra lettura, quella della riscrittura della Carmen di Bizet/Mérimée fatta da Enzo Moscato. Ma prima di parlare di quest’ultima vorrei tornare ancora per un attimo sul racconto di Mérimée che mi è apparso come una splendida conferma di quanto sosteneva Benjamin sulla natura della narrazione nel saggio su Nicolai Leskov. Non si narra (o non si narrava), scriveva Benjamin, per informare il lettore su dei fatti accaduti  (a questo provvede  il giornalismo) o per ricostruine esattamente  il  senso (compito precipuo  della scienza storica),  ma per produrre un sapere e dare, se possibile, un consiglio. L’arte del racconto non serve a scoprire la direzione di marcia del corso del mondo che dal punto di vista del narratore - è sempre Benjamin che parla – è dato per scontato, consistendo in nient’altro che nella successione delle generazioni e  in quella delle culture e delle forme dell’organizzazione sociale, ma  a comprendere come una singola vicenda, che sia stata vissuta dal narratore stesso o da altri e di cui, in un modo qualsiasi - racconto di una altro, manoscritto ritrovato  casualmente, messaggio affidato a una bottiglia –  quest’ultimo sia venuto a conoscenza, s’incastoni nel corso del mondo, indichi come ci si deve stare nel corso del mondo, quale sia il modo migliore di condursi in esso, quando debba essere contestato e quando assecondato.  La narrazione serve, in altre parole,  a far tesoro, ossia esperienza, del racconto del fatto riuscendone ad estrarre  un sapere e un fare, vale a dire un saper fare: nel caso della  Carmen un saper fare  che riguarda insieme la lingua e il desiderio. Si possono separare il modo con cui Carmen vive la passione amorosa, un modo libero e  tragico allo stesso tempo, dalla lingua gitana, da come essa declina l’intreccio fra il dire e il desiderare, fra il sapere e la pulsione erotica?
Quel che resta della storia di Carmen, sembra dirci Mérimée, è la lingua, l’insegnamento che ne traiamo è quello della lingua con la quale da un lato tramandiamo una storia ma dall’altro  otteniamo   un sapere sulla tragicità della vita umana e un  consiglio  su come farvi fronte. E la lingua, insieme al mare, è anche ciò che resta della storia di Napoli, della Napoli del ’44 e di quella di adesso in cui Moscato ha trasposto la storia di Carmen translitterando il suo nome in  Lacarmèn.  Nel monologo finale di Mérimée che, come nel racconto, anche nella piéce  fa il punto sulla storia,  Carmen diviene il tramite per produrre un sapere su  Napoli e i napoletani che si sovrappone e si sostituisce a quello sull’Andalusia e gli zingari: la storia di Napoli è una storia di pietre rotolanti, di distruzioni e di rovine, di eruzioni, di guerre e di terremoti, e ogni volta a questo paesaggio desolato sopravvive soltanto la lingua. Da un lato le pietre  che a Napoli «non hanno mai goduto vita stabile e sicura, bensì hanno sempre fatto – comme se dice? – ‘giacomo-giacomo…’tienimi-che-mi-tengo’…per il loro fragilissimno statuto», dall’altro la lingua, «ch’esta lengua di pietre cadute e mare, che nessuno può toccare né dissolvere, annullare» e che, dice Mérimée, «io, straniero, forestiero,  per opera  ‘e magia o de pietà/grandezza ‘e Dio, senza volerlo, per istinto e per ragione, parlandola, cantandola – ‘a sentire? – ho fatto mia»!
La   stessa storia di Carmen e don José, la storia di Lacarmèn e di Napoli, il loro ricordo,  hanno subito la medesima sorte delle pietre cadenti. Di loro, dei napoletani, della loro vita, non c’è più memoria, sono fantasmi, «fantasmi tutti quanti», non esistono. Non sono essi  il fulcro, la ragione del racconto; solo la lingua lo è, solo la lingua, non Carmen e la sua storia, forse Lacarmèn come la si chiama in napoletano, è «soggetto e al contempo oggetto di narrazione». È più che ovvio che il nome di Enzo Moscato sia di risonanza europea: egli sta dalla stessa parte di Paul Celan per il quale  l’unica cosa  sopravvissuta allo sterminio  era   la lingua, quella lingua che,   uscita rafforzata dal silenzio e dalla perdita, era, indecidibilmente, una lingua salvata e una lingua che salva.

b) Annuario Kaiak I, Sottosuoli, Mimesis 2016.

Da quando Dostoevskji scrisse nel 1864 le Memorie del sottosuolo, questo termine,  che denotava inizialmente solo una collocazione spaziale (indagata tuttavia dal punto di vista antropologico nel contributo di Rossella Bonito-Oliva),  è  diventato il nome proprio di una forma di vita specifica della contemporaneità: l’uomo del risentimento. Ma non solo: allo stesso tempo esso è stato usato per indicare una forma, anch’essa contemporanea, della letteratura. Tutta la letteratura contemporanea è, si potrebbe dire, una letteratura del sottosuolo, una, per dirla con Lacan, lituraterra, una letteratura degli scarti, dei rifiuti, una letteratura spazzatura, una letteratura delle fogne.
Il primo annuario cartaceo della rivista online di filosofia Kaiak esplora il doppio significato del sottosuolo, la sua doppia natura, socio-psico-politica da un  lato e letteraria dall’altro, ponendo al lettore, una volta che abbia scorso   tutti i saggi che compongono il volume, la domanda su un loro possibile rapporto, su di un loro eventuale incontro. Che non vuol dire che la letteratura contemporanea è risentita o che il risentimento è un fenomeno soltanto letterario, ma che forse la letteratura è, fra tutti i tipi di discorso, quello più attrezzato per dare voce ad un tratto decisivo della vita  contemporanea, il più adatto sia per esprimerlo che per riscattarlo dalla sua miseria.
Il responsabile della prima accezione del sottosuolo è sicuramente Nietzsche che dal momento in cui, come lui stesso racconta in una lettera a Overbeck del febbraio del 1887, ha scoperto in una  libreria la traduzione francese del libro di Dostoevskij,  ha fatto diventare questo «essere sotterraneo» questo «essere che perfora, che scava, che scalza di sottoterra» (Aurora),  il prototipo dell’uomo del risentimento e della sua invenzione più riuscita, la cattiva coscienza. Quest’ultima, chiarisce Nietzsche nella Genealogia della morale, è la più grave malattia che abbia colpito  l’uomo da quando fu sottoposto  alla metamorfosi  più radicale   che egli abbia mai vissuto, «quella metamorfosi in cui si venne a trovare definitivamente incapsulato nell’incantesimo della società e della pace».  La sorte toccata  agli animali acquatici quando  furono costretti a  divenire  creature terrestri oppure a perire,  fu la stessa che colpì  quei semianimali che erano gli uomini i quali «felicemente adattati allo stato selvaggio, alla guerra, al vagabondaggio, all’avventura», si trovarono da un giorno all’altro con tutti i loro istinti originari «svalutati e divelti», con la conseguenza di  sentirsi inevitabilmente in difetto di fronte ai nuovi ideali di mansuetudine e umiltà.
Da qui la cattiva coscienza, il senso della propria inadeguatezza e della propria incapacità che, essendo pur sempre un’espressione della volontà di potenza,  anche se di una volontà di potenza rivolta contro se stessi,   agisce in  due direzioni: l’abbassamento di chi ce la fa, di chi è forte abbastanza per sopportare il dolore, al livello dei non e mal riusciti, dei deboli, da un  lato, e dall’altro la trasformazione della propria deformità morale, della propria bruttezza, dei propri limiti, in fonti di godimento, indirette affermazioni dell’amor proprio. Più ci si umilia o ci si sente umiliati, più si gode della propria umiliazione, ci si sguazza dentro. E più si accresce il nostro senso di umiliazione, più aumenta il desiderio di vendicarsi degli altri considerati i responsabili della propria umiliazione.
Il risentimento è questo:  la strategia per consacrare la vendetta sotto il nome della giustizia.  Quanta voglia di semplice vendetta, di voglia di uccidere come la chiamava Pasolini, si cela dietro le richieste di giustizia, personale o sociale? Quanta invidia, quanto  risentimento, alimentano il nobile ideale dell’eguaglianza? E allo stesso tempo quanti comportamenti giudicati asociali, se non decisamente delinquenziali, dalle norme vigenti, non sono che l’effetto del dominio del risentimento? Quante vite  che si muovono ai margini della società, quasi nel suo sottosuolo, non sono in realtà che il risultato dell’assunzione del potere da parte dell’uomo del sottosuolo, cioè dell’uomo del risentimento? Da qui il carattere duplice del  sottosuolo che sia l’editoriale che la maggior parte dei saggi dell’annuario illustrano (in particolare quello di Gianvito Brindisi sui sottosuoli giudiziari e le politiche del giudizio, quello di Eleonora de Conciliis sugli effetti devastanti della pastorale cristiana, quello di Massimo Palma sul rapporto fra Bataille e Benjamin a proposito del fascismo, quello di Paolo Vignola sulle conseguenze del turbocapitalismo e quello sui sottosuoli psichici di Mario Bottone): sottosuolo/risentimento = populismi di destra e di sinistra, violenza e odio sociale verso i poveri e i migranti da un lato, e dall’altro  sottosuolo = vite infami rese tali dal potere.
Tralasciando il ruolo dell’Idiota, dell’antipaolino Cristo-Budda, nell’economia della riflessione di Nietzsche sul  rapporto fra nichilismo e cristianesimo, ciò che sicuramente il filosofo tedesco ha compreso di Dostoevskij è la dialettica dell’umiliazione, cioè il suo rapporto solo apparentemente antagonista, in realtà complice, dialetticamente complice, con l’orgoglio. Come ha  ben compreso André Gide nel suo Dostoevskij si deve distinguere nello scrittore russo l’umiltà dall’umiliazione: se  l’umiltà, quella vera, comporta la rinuncia all’orgoglio, l’umiliazione al contrario ne è una forma di accrescimento. L’umiliazione rinforza l’orgoglio creaturale, l’amor proprio, la voglia di perseverare nella propria abiezione.
Non a caso l’orgoglio è il vero e proprio peccato capitale, quel ritenermi talmente sprofondato nel male che neanche lo sconfinato amore di Dio  avrebbe più il potere di salvarmi.  La mia malvagità è più forte della grazia. Se è vero quindi che «l’uomo che è stato umiliato cerca a sua volta di umiliare», lo è anche il fatto che ogni umiliazione inflitta non può che agire da rinforzo per l’orgoglio che deriva dal  sentirsi l’essere supremo in malvagità. 
Quanto a Dostoevskij l’uomo del sottosuolo è l’espressione della contemporaneità perché è il prodotto, o il sottoprodotto, del  progresso  e della civilizzazione europea, del primato della razionalità illuministica e strumentale, dell’utilitarismo secondo il quale si fanno le cose solo per il proprio vantaggio, degli ideali del bello e del sublime. Eppure l’uomo non può essere considerato senza desideri e senza quella libertà che consiste nel volere anche cose diverse dalla propria utilità, né la vita umana può essere ridotta al principio aritmetico del due più due fa quattro. Non c’è esattezza nella vita,  ma disordine, eccesso, violenza e crudeltà. Come dimostra l’idiota, fra  l’assoluta bontà e  la crudeltà  il confine è labile. Inibito ad esprimere se stesso, l’uomo moderno è costretto a trasformare la libertà in canaglieria, il desiderio in cattiveria,  l’amore del prossimo in umiliazione.  
Nonostante tutto questo  Memorie del sottosuolo è un romanzo, non un saggio di  costume, né un  manifesto politico. E più che un  romanzo nel senso classico del termine, è un monologo, un flusso di coscienza  che, mentre si declina in prima persona, in realtà  destituisce l’io dal ruolo di coordinatore  dei pensieri e delle emozioni del soggetto, lo frantuma e lo spezzetta, rendendolo un io isterico, contorto e labirintico.  È noto d’altra parte il ruolo che l’epilessia  gioca nella pratica letteraria di Dostoevskij: l’io è preso nel ciclo tonico clonico caratteristico di questa malattia sia essa di origine fisica o psichica. L’io è lacerato, spaccato, fra momenti di rigidità assoluta e altri di movimenti convulsi e incontrollati, fra fasi di immobilità e fasi di agitazione frenetica,  passando senza soluzione di continuità dagli uni agli altri.   
È questa forma del monologo un o il segnale delle trasformazioni, non solo del senso della letteratura, ma anche delle sue tecniche narrative, rese necessarie affinché   il sottosuolo trovi la sua voce, la sua modalità espressiva? Il lato letterario del sottosuolo è rappresentato nell’annuario di Kaiak dal saggio di Rolland Caignard dedicato a Natalie Sarraute (ma anche da quello di Giuseppe Russo sul risentimento nella letteratura americana contemporanea e dal contributo di Vincenzo Cuomo sulla produzione filmica del gruppo dei Quay Brothers; in posizione più defilata infine si colloca il saggio del filosofo iraniano Reza Negarestani sul fenomeno della nigredo).  Questa scrittrice il cui nome, accomunato a quelli di Claude Simon e di Alain Robbe-Grillet, è generalmente posto sotto l’etichetta del noveau roman o, come voleva Sartre, dell’antiromanzo, in realtà discende in linea retta da Dostoevskij. Nel saggio Dostoevskij e Kafka compreso nell’Età del sospetto la Sarraute nega che fra il romanzo psicologico di cui lo scrittore russo sarebbe il massimo rappresentante e il romanzo dell’assurdo di cui sarebbe invece  portavoce l’autore praghese  ci sia contrapposizione. Entrambi, il romanzo che esplora l’uomo del sottosuolo e quello che sembra limitarsi alla superficie, mirano in realtà  a portare ad espressione uno strato dell’umano ricoperto dalle convenzioni sociali e da una lingua depurata da tutti i suoi tratti idiosincratici.  In realtà ciò che chiamiamo profondità è solo una piega della superficie e quest’ultima a guardare meglio è fatta a strati.
In Natalie Sarraute il sottosuolo diviene la sottoconversazione: l’obiettivo dei romanzi antiromanzi della scrittrice francese consiste nel riuscire a dare voce a tutto ciò che si agita immediatamente dietro il dialogo ufficiale, quello fatto di ‘lui disse’ e ‘lei rispose’, quello che si attiene al significato pubblico e riconosciuto, quindi  conformista, delle parole e delle frasi. Sotto, dietro, o fra le sue pause e i suoi silenzi, di questo dialogo che non dice niente, c’è una sottoconversazione fitta e intrecciata, fatta  di pensieri appena formati e subito svaniti, di conati e di cadute, di mezze frasi e di sottintesi. Come Sarraute scrive in Conversazione e sottoconversazione non ci vuol molto a capire quel che si dissimula dietro al presunto coscienzialismo del monologo interiore: «una ridda inestricabile di sensazioni, immagini, sentimenti, ricordi, impulsi, piccoli atti latenti che nessun linguaggio interiore può esprimere, che si accalcano alle porte della coscienza, si raccolgono in agglomerati compatti, sorgono improvvisamente e  subito si sfaldano, si combinano diversamente e riappaiono sotto una nuova forma, mentre dentro di noi continua a dipanarsi il flusso ininterotto delle parole, simile al nastro che esce crepitando dalla fessura di una telescrivente». La sottoconversazione è l’umano colto allo stato nascente, prima delle regole semantiche, delle ripartizioni fra quel che si può dire e ciò che va taciuto, prima che un ordine del discorso prenda il sopravvento sul brulichio delle parole, sul mormorio incessante del linguaggio.
Giustamente Rolland Caignard legge la narrativa di Natalie Sarraute a partire dalla griglia teorica di Julia Kristeva, dalla sua distinzione fra il  simbolico e il semiotico: se il primo si riferisce all’aspetto della significanza che rileva  ciò che nel linguaggio è del segno – nominazione, sintassi, significazione, denotazione di un oggetto, di una verità -, il secondo rinvia invece ad un ritmo espressivo, ad un linguaggio che  vira verso le allitterazioni, le intonazioni, le metafore e le ripetizioni, ad una lingua che, come ‘lalangue’ lacaniana, si intreccia alla pulsione, si confonde, più che col corpo, con i suoi pezzi, e  che, così facendo, si trasforma da freno al desiderio in veicolo del godimento.
  Non  è un caso se per illustrare il senso che Natalie Sarraute attribuisce alla sottoconversazione siamo ricorsi a termini e espressioni – il brulichio della parole, il mormorio incessante del linguaggio – usati da Michel Foucault nelle sue riflessioni sulla letteratura. Con esse Foucault voleva indicare non solo ciò che ribolle dietro l’ordine del discorso, un possibile linguaggio della follia, una eventuale lingua dell’infamia, ma anche e soprattutto le pratiche letterarie di autori come Maurice Blanchot e Raymond Roussel, Antonin Artaud e George Bataille. Ciò vuol dire che la letteratura moderna, la versione contemporanea della finzione occidentale, come Foucault chiamava la letteratura, è l’unica in grado di essere la voce del sottosuolo. Se è vero che  le vite dei folli e quelle degli uomini infami sono giunte fino a noi solo attraverso i discorsi del potere -  le perizie psichiatriche e i resoconti polizieschi -, è altrettanto vero che in essi si è depositata ed è leggibile in filigrana la voce degli esclusi. Essi sono letteratura in nuce, o almeno, il punto a partire dal quale una letteratura del sottosuolo diviene possibile.
Se, come è ovvio, quella di Foucault è soltanto una delle possibili chiavi per collegare i due versanti del sottosuolo, quello socio-psico politico e quello letterario, tuttavia la comprensione  del loro rapporto resta un compito assolutamente imprenscindibile. Merito dell’annuario di Kaiak essersi mosso in questa direzione.


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