Google+ Followers

martedì 29 luglio 2014

Limes e/è Limen






L’infinito è l’infinita scelta di cose
Il dolore se non  varia è confutabile
Certo la scempia è la più  vera delle rose
Edoardo Cacciatore


è sempre difficile ricostruire di un poeta la trama delle filiazioni, la catena dei poeti precursori di cui il poeta efebo è l’ultimo anello: ultimo certo solo secondo la misera misura dell’adesso ché dal punto di vista dell’eterno o del tempo smisurato la processione dei poeti è illimitata. Così è anche della poesia di Stefania Negro: nonostante ciò proverò  egualmente ad indicare una genealogia servendomi in una caso di una esplicita dichiarazione di poetica e nell’altro di una suggestione personale  che spero non eccesivamente traditrice dell’intenzione poetica di Stefania Negro.
 Parto da quest’ultima: leggendo queste poesie, cercando qualche aggancio che mi permettesse di entrare nel loro mistero e cogliere la legge cui si sottomettevano, mi è venuto in mente uno strano testo di Edgar Allan Poe, un testo che in anni passati avevo definito ‘tardo e vagamente testamentario’; mi riferisco a Eureka scritto nel 1848, quindi un anno prima della morte del poeta, e definito da Poe stesso un poema in prosa. Ma il ricordo di Eureka non è separabile per me da quello delle poche, ma intense pagine che Paul Valéry vi dedica in Variété. Li ho letti insieme e d’allora  viaggiano vicini nella mia mente e nei miei ricordi.
Che cos’è Eureka? Come nota subito Valéry Eureka vuole essere un poema cosmogonico e Poe un poeta della conoscenza: Eureka non intende parlare dell’esperienza soggettiva, non vuole essere un esercizio di poesia lirica. Riallaciandosi alla tradizione riposta nei nomi di Lucrezio e di Dante, mescolando scandalosamente i generi, Poe per Valéry mira ad una poesia capace di fare concorrenza alla filosofia e alla scienza e addirittura ad una poesia che sia filosofia e scienza senza cessare per questo di essere poesia. Forse qui il termine poesia vorrebbe tornare ad indicare quella specie di dire originario, e indifferente da questo punto di vista alle distinzioni  successive fra poesia e prosa, immaginazione e scienza, fantasia e calcolo, da cui  prende vita il mondo, se non nella sua  disposizione empirica, certamente nella sua verità, in quella verità che Poe definisce attraverso l’attributo della Consistency, termine tradotto da Baudelaire e dal traduttore italiano con Coerenza, ma che Valéry rende con il francese Consistance. Per la poesia in prosa di Poe, per la poesia della conoscenza, la verità non si dà attraverso una dimostrazione matematica, una deduzione logica o un’inferenza empirica, ma in nome della consistenza costruita dalla parola poetica.
Dopo aver dichiarato lo scopo che si prefigge scrivendo Eureka - « è mia intenzione parlare dell’Universo fisico, Metafisico e Matematico – Materiale e Spirituale: della sua Essenza, delle sue Origini, della sua Creazione, della sua Condizione presente e del suo Destino» - Poe precisa, tuttavia, che sarebbe sbagliato attendersi qualcosa come una dimostrazione di un teorema - nonostante i matematici la dimostrazione, secondo Poe, non esiste in questo mondo – e che si potrà tuttalpiù  seguire un’idea regolativa che si potrebbe formulare in questo modo: «Nell’Unità Originaria della Prima cosa risiede la Causa Secondaria di Tutto, assieme al Germe del loro Inevitabile Annichilimento».
Chiunque abbia letti i racconti ‘polizieschi’ di Poe sa che Dupin non ha niente a che vedere con Sherlock Holmes: se quest’ultimo è l’espressione del carattere scientifico di ogni metodo investigativo moderno, l’eroe eponimo del paradigma indiziario, Dupin è un poeta, applica nelle sue indagini la mescolanza di fantasia e esattezza, immaginazione e analisi, e vince infatti sulla polizia nel ritrovamento della ‘lettera deviata’ perché ha dello spazio non una concezione geometrica, ma poetica, si potrebbe anche dire topologico-poetica: laddove la polizia quadretta, Dupin vede spazi rovesciati, rivoltati come un guanto.
Non è un caso dunque che  per l’elaborazione di questa fantasia cosmogonica dotata di Consistenza, tale cioè che in essa possa trovare posto anche l’odd, il bizzarro, il perturbante, l’insolito,  risultino inservibili i metodi scientifici più accreditati, ossia la deduzione e l’induzione: la verità in questione non è quella piatta della conoscenza razionale ma quella imprevedibile, quindi indeducibile da un lato e mai già data dall’altro, di ciò che non è mai accaduto prima e non ha di conseguenza modelli o archetipi da cui lo si possa far discendere, né atomi sensibili e impressioni empiriche  di cui sarebbe la copia più o meno sbiadita.
Da questo punto di vista quel carattere impersonale che Valéry  credeva di cogliere nel poema di Poe e al quale si aggrappava come all’unica speranza che restasse all’uomo della conoscenza  non si riferiva forse  tanto al rifiuto di una poesia lirica quanto alla necessità che  poesia e filosofia, la poesia filosofica o la filosofia poetica, si liberassero una volta per tutte dell’idea che il mondo coincidesse kantianamente con ciò che il soggetto può conoscerne, cioè con quello che può essere anticipato dalle capacità conoscitive del soggetto: questo sarebbe un mondo privo di invenzione,    in cui nulla può sorprendere. Semmai dovrebbe essere il soggetto a rifluire nel mondo, partecipando del suo essere fluttuante e ondulatorio, consapevole che la verità non consiste nella prevedibilità del tutto, ma nella coerenza, nella consistenza con cui anche ciò che è bizzarro e indeducibile  si relaziona a tutto il resto.
Se dopo queste precisazioni si tornerà all’idea regolativa enunciata da Poe in apertura di Eureka secondo la quale il compito del poema è di   tenere assieme, di dare consistenza all’unità originaria della Prima Cosa, alla Causa secondaria di tutto e al germe del loro inevitabile annichilimento, si comprenderà più facilemente perché Valéry non solo riponga la speranza nel diventare impersonali ma ritenga l’impersonalità finalmente conquistata “il gran passo verso il tempo della fine del mondo”. Se la poesia è  creazione dl mondo e  insieme della legge della sua composizione,  essa è anche il principio della sua dissoluzione, del suo annichilimento, e quindi della possibilità di una nuova creazione. La speranza non sta nel fatto che tutto continui come prima, ma che qualcosa di imprevisto  faccia collassare il mondo conosciuto e ne inventi un altro assolutamente nuovo.
Non saprei come definire meglio la poesia di Stefania Negro se non ricorrendo ai termini usati da Valéry a proposito di Eureka: poema cosmogonico, poesia della conoscenza. Anche Stefania Negro vuole pensare poeticamente l’universo, tener conto dei risultati scientifici più recenti e allo stesso tempo seguire il filo dell’immaginazione. L’universo della sua poesia è un universo ondulatorio, tutto costruito sul concetto di onda: luminosa, sonora, cerebrale. Un universo concepito come un sistema elastico trasformazionale o come un palloncino che si espande senza centro. E al centro di questo universo, connesso ad esso, l’uomo; ma appunto un uomo inteso come onda, capace di andare in risonanza con il resto. Tutto, nella poesia di Stefania Negro è insieme relativo e cosmico: relativo perché dipendente dalla conoscenza umana e legato a ragioni scientifiche, ma cosmico perché  compreso a sua volta nell’universo. Nella poesia di Stefania Negro entra di conseguenza tutto: i quanti, i quark, le particelle infinitesime, le galassie, e insieme l’uomo,  lo stupore che lo prende di fronte alla vita e al suo divenire.
Nella prima poesia di questa raccolta c’è un immagine che mi sembra racchiudere come una matrice l’intero pensiero poetico di Stefania Negro: se da un lato, scrive, “la storia ha definito le nostre esistenze”, dall’altro però “il limite/è in limine”. Il limes, il limite, il confine, che ci separa e ci distingue da tutto il resto, sta però sul limen, sulla soglia, e ciò permette all’universo di sconfinare in noi, di entrare  nella nostra soggettività, e a noi di proiettarci fuori verso l’universo. Più propriamente il limite è la soglia, è ciò che separa e unisce le parti di cui si compone l’universo. Così percepire è “vedere le metamorfosi/luminose della materia, è sentire i silenzi densi di suoni”; la memoria, invece, è ciò che plasma “il sé nel legame chiaro/e simbolico tra l’inconscio e il mondo”. E  pensare è agire in modo che se “ti guardo e penso/al tuo volto amato, al dolce senso dei tuoi/sguardi, alle tue labbra rosa trepide/di baci”, allora  “il mio volto lievemente al/tuo s’accosta nel febbrile moto dei sensi”. Infine noi siamo “cifre e frammenti d’assoluto” che vivono come “lampi fluendo nel tempo” o assomigliano a dei “colubri che svelti/corrono nelle siepi”; siamo “forme che svaniscono nel nulla quando/l’uno con il molteplice si compone/ come favilla rossa di fuoco/che brucia tra favule e rovi o/come favonio che soffia sul prato/e sul mare e poi svigorito già muore”.
In controtendenza con il lirismo e l’intimismo dominanti nella poesia italiana del novecento, Stefania Negro si riallaccia in modo originale a quei pochi esempi in cui si sia tentata la  costruzione/ricostruzione della totalità,  anche se questa totalità fosse difficilmente afferrabile nella sua unitariatà, nella sua consistenza, causa il dominio assoluto in essa del divenire, del cambiamento e della trasformazione. Come dire senza vertigine ciò che non sta mai fermo un istante e sta sempre per essere un’altra cosa? Come rendere alla parola poetica ciò che è  effimero? è a questo proposito che bisogna evocare il nome dell’altro poeta  precursore di questo poema cosmogonico, un poeta precursore che, come ho già detto, viene chiamato in causa espressamente da Stefania Negro che giunge fino al punto da dedicare, a lui e alla moglie, l’intera raccolta.  Il poeta in questione è Edoardo Cacciatore.
Come scrive Giorgio Patrizi introducendo la raccolta  di tutte le sue poesie, Edoardo Cacciatore aveva deciso di accettare la sfida che “la realtà lancia al linguaggo e all’individuo”, e cioè “comprendere totalmente il reale e riconoscervi l’identità totale dell’uomo”. Ciò si può ottenere attraversando ”i fenomeni della realtà con la consapevolezza dell’alterazione del soggetto e delle cose”. Anzi è proprio la coscienza dell’alterazione a divenire insieme il processo conoscitivo della realtà e lo strumento dell’autocoscienza del poeta. Prendendo le mosse dal vitalismo eracliteo e dalla cosmogonia pitagorica, Edoardo Cacciatore aveva cercato di coniugare conflitto ed unità, cambiamento ed equilibrio, disegnando un mondo in cui  se “il tradimento è l’effemeride mutabile” e “l’assassinio il bell’in-folio per tutti i tempi”, tutto ciò si tiene perché “Alla fine l’inganno vero è veritiero/Tutto più si fa strano e meno è straniero”.
Il principio dell’alterazione per il quale “Il cacciatore anche lui diviene caccia” non indica soltanto, secondo il detto eracliteo, il passare di ogni cosa nel suo contrario, compreso il nome stesso del poeta, ma la sostanziale appartenenza di ogni cosa all’alterità, a ciò che Valéry designava con il termine impersonale tentando di commentare Eureka e Giorgio Patrizi indica, a proposito della poesia di Edoardo Cacciatore, nel concetto del “pensiero del di fuori” di Maurice Blanchot.  A questo aspira la poesia di Stefania Negro: a sperimentare l’altro.  Certo l’altro nel senso dell’universo. Ma anche l’altro nel senso dell’uomo, e non nel senso soltanto dell’altro uomo, dell’uomo altro da me, ma in quello, tutto blanchotiano, di quel che è altro nell’uomo,  dell’ignoto e dell’impersonale che lo borda, del fuori in cui esiste. In una parola dell’universo stesso. Il limite è in limine.





Bibliografia minima: E. A. Poe, Eureka, tr. it. di P. Guglielmoni, Milano 2001; P. Valéry, A proposito di Eureka, tr. it. di S. Agosti in Varietà, Milano 1971; B. Moroncini, La lettera disseminata e l’invenzione della verità. Poe, Lacan, Derrida, in Palinsesto. I modi del discorso letterario e filosofico (a cura di G. Zuccarino), Genova 1990; E. Cacciatore, Tutte le poesie, San Cesario di Lecce 2003.

 Riflessione critica, in S. Negro, Fili di luce compresi negli archi del divenire, Cierre grafica, Verona 2007, pp. 37-44.    

Stefania Negro ha recentemente pubblicato una nuova raccolta di poesie per Anterem Edizioni dal titolo Oscillazioni con una riflessione critica di Flavio Ermini (Cierre grafica,   Verona 2014). 

Nessun commento:

Posta un commento