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martedì 29 luglio 2014

Choc

Ripubblico qui un breve intervento sulle parole da rottamare richiestomi da Sergio Marra per una pubblicazione del Teatro Stabile di Napoli (‘Choc’, in «Tra», bimestrale del Teatro Stabile di Napoli, n° 4, aprile/maggio 2010).


Di fronte alla possibilità di abrogare definitivamente dal vocabolario parole usurate da un uso smodato ed eccessivo ed ormai del tutto inflazionate, o di ridurne perlomeno temporaneamente la circolazione, non  c’è che l’imbarazzo della scelta.  Ma dal momento che me ne spetta solo una, così a caso scelgo una parola d’importazione che però da qualche tempo sembra  entrata di diritto nel vocabolario italiano. Non passa giorno che i titolisti dei giornali italiani, manifestando un atteggiamento assolutamente bipartisan, non aggiungano, pur di attirare dei lettori sempre più distratti,  all’esternazione di un politico, alla battuta di una star televisiva,   ad un video finito su You Tube, ad un comportamento per quel poco che sia sopra le righe o infranga il politicamente corretto, la parola ‘choc’.  Beata ignoranza! Se è vero che la vita moderna, mediatica e metropolitana, aumenta a dismisura gli  stimoli e le sollecitazioni cui sono sottoposti i nostri sensi fino al punto che la nostra esistenza quotidiana  potrebbe essere descritta  come un incessante susseguirsi di piccoli traumi, di invisibili ferite che subito si rimarginano, di modifiche continue e dolorose per adattarci al ritmo convulso e sincopato cui ci costringono le forme di vita della società contemporanea, se  è vero insomma che tutta la nostra vita non è altro che uno  ‘choc’, resta tuttavia un dubbio se questa invocazione continua al perturbante, all’urticante e allo sconvolgente abbia  lo scopo di tenerci svegli, sempre all’erta, pronti per rispondere ad ogni evenienenza e ad ogni imprevisto che ci possa capitare o non abbia di mira invece proprio il contrario, vale a dire assopirci,  renderci indifferenti, quasi anaffettivi, capaci insomma di sopportare tutto perché diventati ormai insensibili. Come ci si inietta il vaccino per  poter produrre gli anticorpi che ci difenderanno spontaneamente dalla malattia, così  ci procuriamo gli chocs per diventare immuni  dai traumi che la vita moderna ci infligge, ci facciamo male per poter controllare meglio il dolore fino al punto di non sentirlo più. Non annoierò il lettore ricordandogli che questa interpretazione della funzione degli chocs nella vita moderna si deve a Walter Benjamin che la elaborò a proposito della poesia di Baudelaire e delle forme della   vita metropolitana nella seconda metà dell’ottocento. Per concludere vorrei far notare solo questo: per Benjamin l’unica funzione della poesia lirica nella modernità era quello di produrre chocs in modo che la coscienza fosse ricoperta da una spessa coltre protettiva che la difendesse  dai suoi traumi. Per questo ogni poesia di Baudelaire presenta, secondo Benjamin, lo schema di una catastrofe, racconta un incontro mancato, mette in scena un amore impossibile, è attraversata dalla morte e dalla putrefazione. Ciò vuol dire però che a produrre gli chocs erano i poeti e che se la poesia serviva all’ipocrita lettore per attivare i suoi meccanismi di difesa, tuttavia a questa operazione sopravviveva l’opera con tutta la sua  struggente bellezza. Oggi gli chocs li producono i titolisti dei giornali: da questo si può misurare la grandezza del declino. 

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