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sabato 4 gennaio 2014

Sulla questione dei saperi umanistici

  
1) L’ultimo numero del Mulino (6/13) si apre e chiude con due interventi dedicati alla sorte dei saperi umanistici nella scuola e nell’università italiane: un saggio di Maurizio Bettini dal titolo I classici. Antenati o enciclopedia culturale e Un appello per le scienze umane firmato da Alberto Asor Rosa, Ernesto Galli della Loggia e Roberto Esposito. Il primo riscatta la sua stanca e stucchevole difesa del liceo classico e dell’insegnamento del latino con due osservazioni interessanti sul rapporto con gli antichi: la prima di considerarli e quindi di insegnarli come altri, come diversi da noi contemporanei, non dunque come sorgente dell’identità ma al contrario come irruzione dell’alterità, la seconda che ne discende  necessariamente di  riconoscere   l’antichità degli altri,  delle altre culture e  civiltà, degli altri popoli, smentendo quindi la tesi che l’unica antichità, l’unica classicità, possibili siano le nostre e gli altri siano tutti dei neonati senza storia.
Ma è l’appello per le scienze umane che dal mio punto di vista solleva le maggiori perplessità. Intanto per lo scollamento totale fra il titolo e il contenuto dell’appello:  delle scienze umane in difesa delle quali - così almeno sembra di capire - l’appello è scritto, nel testo non c’è traccia. A meno che non sia sia di fronte all’inveterato errore della cultura italiana, anche di quella filosofica, di intendere sotto la dizione   ‘scienze umane’ in realtà le discipline filologiche e ermeneutico-letterarie, quella che da Dilthey in poi si definiscono ‘scienze dello spirito’ in opposizione a quelle della natura e fra le quali viene annessa  anche la psicologia ma solo ed esclusivamente nella sua declinazione di ‘psicologia comprendente’ (tradotto: niente psicologia come scienza e niente psicoanalisi). In realtà le scienze umane sono un’altra cosa: secondo Michel Foucault - un autore molto citato ma pochissimo studiato seriamente - le scienze umane, la cui costituzione avviene a fine settecento ed è contemporanea del trascendentalismo kantiano, sono la biologia, la linguistica e l’economia politica. Se si definiscono scienze umane è perché applicano il metodo scientifico - l’unico che esista, quello galileiano -   a quei saperi di cui l’uomo è allo stesso tempo soggetto e oggetto, in cui cioè  «l’uomo appare con la sua posizione ambigua di oggetto nei riguardi di un sapere e di soggetto che conosce» . Dal tripode foucaultiano discendono in sequenza tutte le altre scienze umane: dalla linguistica la semiologia e la scienza della letteratura, dalla biologia l’antropologia, la psicologia, la stessa psicoanalisi (l’obiettivo polemico di Freud non è la scienza, è la religione!), dall’economia politica la sociologia. Va anche detto che la storia delle scienze umane è anche quella della loro decostruzione, della loro critica interna. Sempre stando a Foucault dal ceppo delle scienze umane  provengono scienze e pratiche che dissolvono lo stesso concetto di uomo: sono l’antropologia culturale di Levi-Strauss e la psicoanalisi lacaniana, entrambe figlie della linguistica strutturale saussuriana. Ciò vuol dire: le scienze umane producono la fine dell’uomo, determinano l’esaurimento definitivo della tradizione umanistica.

2) Al contrario l’appello per le scienze umane si risolve in una difesa ad oltranza della cultura cosiddetta umanistica e nella polemica rovente con il prepotere dei saperi scientifici. Al riguardo una prima osservazione:  nella terza parte dell’appello, che credo scritta da Roberto Esposito (si riconosce la trama del suo libro dedicato alla filosofia italiana Il pensiero vivente), si ricostruisce rapidamente il percorso della cultura italiana, oggi a rischio di estinzione, identificata col sapere umanistico - in particolare letterario, filosofico, storico -  e scandita dai nomi di Dante, Machiavelli, Sarpi, Campanella, Vico, Cuoco, Foscolo, Manzoni, Gentile (memore del libro aggiungerei: Leonardo, Bruno, Leopardi, De Sanctis, Gramsci, Croce). I punti di forza di questa tradizione culturale,  che costituisce l’ossatura della  cosiddetta Italian Theory, sarebbero il suo «carattere mondano e terreno, lontano dal ripiegamento nella coscienza interiore o dalla vocazione metafisica di tanta parte della filosofia europea» e soprattutto la sua anima politica anti statalistica e latamente rivoluzionaria. Si potrebbe anche concordare se non fosse che  da questo Pantheon risulta, non si sa perché, escluso Galileo Galilei, il padre (insieme a Cartesio che ne fondava il lato del soggetto) della scienza moderna, del moderno metodo scientifico, quello adottato appunto dalle scienze umane. La scienza moderna, il moderno razionalismo, non solo appartengono in tutto alla cultura italiana, ma  sono un’invenzione della filosofia: il concetto di episteme nel senso della mathesis  universalis ha le sue radici nei primordi del pensiero filosofico in cui le prime scienze a costituirsi come tali e a dettare per sempre il modello della scientificità in quanto tale sono state le matematiche (aritmetica e geometria) e fra le scienze fisiche l’astronomia. Certo, poi c’è voluto Galilei per avere una fisica scientifica, ma chiunque abbia letto gli studi di Koyré e ne abbia fatto tesoro sa che Galilei è platonico e non è un naturalista. Le ‘sensate esperienze’, che insieme alle ‘dimostrazioni necessarie’, sono una delle due opzioni del metodo scientifico non rinviano soltanto all’esperienza dei sensi nel suo carattere improvviso e immediato ma anche e soprattutto ad un’esperienza compresa e articolata,  elaborata attraverso la ragione. Come scrive Koyré «l’esperienza intesa come esperienza bruta, come osservazione del senso comune, non ha avuto nella nascita della scienza classica altra funzione che quella di ostacolo».  Lo ‘sperimentare’, ossia l’interrogazione metodica della natura attraverso l’esperienza, «presuppone il linguaggio nel quale porre le proprie domande e un vocabolario che permetta di interpretare le risposte della natura». Se il linguaggio in questione, conclude Koyré, è «quello matematico, o meglio geometrico, questo linguaggio, e più esattamente la decisione di usarlo (…), non poteva , a sua volta, essere dettata dall’esperienza che andava condizionando». 

3) Certo poi il discorso scientifico satura il soggetto ridotto a mero polo rappresentivo atto soltanto a far da fondamento a saperi  fortemente formalizzati in cui la natura, umana e non umana, è trasformata  integralmente  nella combinatoria logica delle piccole lettere, vale a dire in funzioni e algoritmi. Ma del  quale proprio l’esito finale delle scienze umane opera la decostruzione, non ripristando contro Cartesio un improbabile sinolo di materia e forma, corpo e anima, emozione e cognizione, come vorrebbe la vulgata umanistica, ma  facendo emergere il soggetto dell’inconscio, cioè il soggetto della combinatoria della lettera in cui s’incripta non una generica naturalità, un misto incomprensibile di istinti, passioni e sentimenti,  ma la spinta inesauribile di una pulsione al godimento cui non è estraneo un profondo desiderio di morire. La polemica nei confronti della scienza ha un senso alla sola condizione di riguardare (1) la sua refrattarietà nei confronti del soggetto (dell’) inconscio, (2) la sua necessaria struttura paranoica tutta impegnata nel respingere la finta come carattere costitutivo dell’esperienza soggettiva e a lottare contro le potenze dell’inganno, (3) la formazione della sua ’ideologia spontanea’ che nel caso della scienza si chiama ‘naturalismo’ e si traduce nel tentativo sistematico di riduzione di tutta l’esperienza non solo a grandezze misurabili  e quindi quantificabili, ma soprattutto al fatto che il rapporto fra di esse sia sempre a resto zero, esente da difettività o eccessi,     quando al contrario da ogni parte si testimonia l’esistenza - termine da intendere nel senso logico-ontologico e non ontico, nel senso dell’ex-sistere, nel cader fuori dall’essere come identità e sostanza - di grandezze incommensurabili, di eccedenze non contabilizzabili,  di resti in pura perdita,   fra i quali ad occupare il primo posto sono quelli attinenti al  godimento sessuale.

4) L’appello per le scienze umane non distingue fra il discorso della scienza e la sua ideologia spontanea; in tal modo ricade nella tradizionale e ormai del tutto superata contrapposizione fra discipline  filologico-storiche e  ermeneutico-letterarie da una parte  e saperi scientifici dall’altra, fra qualità e quantità, anima e esattezza (per citare Musil) e soprattutto fra umanesimo e tecnicizzazione, come se la tecnica, tanto per evocare Heidegger, non fosse l’ultima propaggine dell’umanismo. Nella prima parte dell’appello, scritta con ogni probabilità da Alberto Asor Rosa, sotto il termine tecnicizzazione, usato a mo’ di insulto, vengono rubricate cose del tutto diverse a dimostrazione del  conservatorismo  del suo estensore: si passa infatti dalla modellistica pedagogica, l’accento posto cioè più sulle metodologie dell’educazione che sui contenuti da trasmettere (una polemica assolutamente giusta su cui Ernesto Galli della Loggia si è espresso in termini chiari e condivisibili) all’uso dei test e dei quiz   per approdare all’introduzione come strumenti didattici dei computer, delle lavagne luminose e di internet,  tesi quest’ultima che si allinea con quell’antagonismo sociale di stampo piccolo-borghese e perciò estremistico che invece di lottare  contro i rapporti di produzione fa la guerra ai treni. È evidente che al di là di questa retorica antitecnica la posta in gioco dell’appello è la sottomissione dell’intero apparato della formazione (dalla scuola all’università) alla cosiddetta ‘cultura della valutazione’. Come è ormai ampiamente dimostrato [penso in particolare al libro di Valeria Pinto, Valutare e punire edito da Cronopio, ma si veda anche l’ultimo numero della rivista Aut Aut (360/2013)] la ‘valutazione’ consiste nell’applicazione al comparto della formazione dei criteri di ottimizzazione utilizzati nel management aziendale. In questo modo e nelle forme attuali del capitalismo, il cosiddetto neoliberismo, si attua la sussunzione del lavoro intellettuale svolto nella scuola e nelle università (essendosi un simile processo già compiuto nell’industria culturale) sotto il dominio del valore di scambio. Iniziato sul lato degli studenti con l’introduzione del sistema dei crediti formativi che  misurano il  tempo di lavoro necessario all’acquisizione di saperi e competenze, il processo di estensione della  forma merce  al settore del lavoro intellettuale si compie con  l’introduzione del sistema della valutazione dei prodotti della ricerca e dell’insegnamento. La seconda parte dell’Appello  mostra di aver molto chiara la questione  come quando stigmatizza lo slittamento inevitabile che il progetto della valutazione opera dal piano della qualità della ricerca a quello della quantità (corsa frenetica alla pubblicazione  del più gran numero di titoli, ossia libri, risultato ottenuto molto spesso attraverso la semplice scomposizione: due libri valgono il doppio di uno solo anche se in realtà  sono il frutto di un unico progetto di ricerca. Nella mia attività di commissario dell’abilitazione scientifica mi è capitato di imbattermi in casi simili) e si nota come anche sul piano del linguaggio si assista ad una trasformazione che la dice lunga sugli intenti del processo in  atto: il passaggio dal concetto classico di ‘giudizio’ a quello di ‘valutazione’ e l’uso di vocaboli come ‘prodotto’, ‘impatto’ e ‘rendicontazione’ dimostrano infatti la «matrice produttivistica di una logica modellata su quella del mercato». Da questo punto di vista non c’è  dubbio che «il riferimento dell’intero paradigma della valutazione è il marketing aziendale, appena filtrato dalla retorica del merito, naturalmente inteso come prestazione in vista di un utile».

5)   Sarebbe tutto giusto e condivisibile se la risposta non  fosse  per l’ennesima volta l’arroccamento difensivo nella trincea oramai completamente smantellata dei saperi umanistici. È tempo di dirlo chiaramente: la critica del sistema e della cultura della valutazione che si eleva soprattutto dai  settori cosiddetti umanistici dell’accademia universitaria  è solo il rifiuto rabbioso  che  settori cospicui della piccola borghesia che avevano creduto di ovviare alla loro pochezza sociale attraverso il prestigio  derivante dagli studi classici - e in tal modo evitare di  ritrovarsi arruolati nei ranghi della classe operaia -  oppongono all’inevitabile sussunzione del loro lavoro, il lavoro intellettuale, sotto la foma merce. Quello che non era riuscito all’estremismo di sinistra nella incarnazione della   banda dei quattro e di Pol Pot, ossia liquidare la divisione del lavoro trasformando attraverso la violenza  professori universitari e maestri elementari, scrittori e artisti, scienziati ed ingegneri, tutti in zappatori della terra (sogno non a caso dei conservatori e dei reazionari), è stato ottenuto  in forma soft dal capitalismo neoliberale facendo diventare gli intellettuali degli impiegati di concetto, costringendoli a riempire moduli, erogare test, compilare statistiche, preoccuparsi di mediane e requisiti minimi e soprattutto timbrare il cartellino.  Giacché in che cosa consisteva il prestigio di aver abbracciato gli studi classici e i saperi umanistici se non nell’essere pagati, come ha scritto Jean-Claude Milner, con il salario dell’ideale? Vale a dire col tempo? Ossia con quell’ozio degli antichi che è il tempo  che si dedica allo studium proprio perché si è  esonerati dal lavoro, l’unico che sia mai esistito, quello dei servi e degli schiavi? A parte il fatto che per la maggior parte dei professori universitari dei settori umanistici quell’ozio che si oppone al negozio, ossia all’ufficio, alla cura e alla preoccupazione del domani, ed implica perciò la tranquillità dell’animo propria di chi si dedica al bios theoreticos, si è da lunga pezza trasformato  dapprima nell’ozio padre di tutti  i vizi di ascendenza cristiana e poi nel dolce far niente del giovin signore pariniano, è il principio stesso dell’uso libero del tempo a  fondare la divisione del lavoro, la divisione cioè fra  il lavoro intellettuale e  quello manuale, e quindi la differenza di classe in quanto tale. Ciò che caratterizza il capitalismo non è altro che questo: aver messo il tempo, tutto il tempo, al lavoro. E se  si vuole liberare il tempo dal lavoro, che è il compito di chi si definisce comunista, ciò non può passare per la riaffermazione  della divisione del lavoro, ossia  di nuovo attraverso la sottrazione del tempo dello studio a quello del lavoro. Che è un modo per dire che il mio tempo è più nobile del tuo e che per questa ragione va utilizzato meglio indirizzandolo verso ciò che è libero e creativo e e non verso ciò che è  ripetitivo e servile.  La strada da seguire è un’altra: far leva su ciò che nella grandezza  ‘merce’  eccede, esattamente come accade in quella del godimento sessuale con la quale è d’altronde strettamente apparentata, lo scambio formalmente uguale, la transazione senza resto, il pari e patta di ogni regime equivalente. É in altri termini il ruolo che in una politica di sinistra spetta al lavoro intellettuale: non è nuova la tesi che il primo passo consista nel riconoscersi appieno in quanto produttori, ossia merce, equiparati non in base ad un egualitarismo astratto e risentito, ma a partire dal posto che si occupa nei rapporti della produzione e riproduzione sociale, al lavoro manuale. Produttori di concetti e di forme, ma pur sempre produttori. Non consumatori parassitari del lavoro altrui.  

6) In quanto alla filosofia, che deve alle humanae litterae  nient’altro che  il fatto di  aver potuto ritagliarsi uno spazio nell’università italiana, penso che farebbe bene a prepararsi, come diceva Benjamin, a sopravvivere alla cultura. Forse il connubio fra la filosofia e l’università celebrato due secoli fa dalla cultura dell’idealismo tedesco e importato in Italia da Giovanni Gentile, sta per finire. Di cosa vivranno i filosofi se gli si toglierà il salario dell’ideale? Dovranno imparare un mestiere. Consiglio il tornitore di lenti.

1 commento:

  1. Le propongo questa (mia) astrazione purissima. È apparentabile agli appelli sopracitati? Saluti. http://machittevole.blogspot.it/2013/10/appello-alla-civilta.html

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