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lunedì 13 gennaio 2014

Colonna continua 11

1) In un precedente intervento su questo blog mi è capitato di scrivere che ciò che caratterizza il capitalismo è il fatto di mettere al lavoro il tempo, tutto il tempo, da ultimo anche l’ultimo tempo che si sottraeva al lavoro, ossia il tempo  impiegato in ciò che solo con un eufemismo o con un ironia che sconfina nella crudeltà  veniva definito ‘lavoro’ intellettuale. E di aver sostenuto che l’obiettivo di chi si professa comunista consiste nel liberare il tempo, tutto il tempo, dal lavoro. Ma che cosa vuol dire liberare il tempo dal lavoro? Se questa affermazione ha un senso, essa  deve significare la sottrazione del tempo a qualunque forma di durata. È del tutto inutile ad esempio  porsi l’obiettivo di liberare il tempo dallo scopo del capitalismo che consiste nell’accumulazione senza limiti, se poi lo si assoggetta ad un qualunque tipo di progetto fosse il più apparentemente nobile e disinteressato. Liberare il tempo deve voler dire non investire più sul tempo e non investire più il tempo in scopi e finalità che richiedano il rinvio del piacere presente  in vista di un vantaggio futuro qualunque esso sia.  Se si vuole  sfuggire all’imperativo economico bisogna smettere in primo luogo di risparmiare e di risparmiarsi, e la prima cosa su cui l’uono ha tentato di risparmiare  è stato il tempo, il primo granaio che ha costruito è stata la memoria,  la prima cosa che ha imparato è stato come fare a sopravvivere.  Tutto questo perché il tempo non è come vorrebbe chi  ha tutto l’interesse a mantenere in vita la divisione del lavoro e a distinguere dunque fra l’attività manuale e quella intellettuale, fra il lavoro asservito e il lavoro come realizzazione libera di sé, il lavoro  come l’essenza più propria dell’umanità,   ciò che dura e,  durando, sostiene il progetto e permette l’edificazione, ma la perdita incessante, l’usura senza limiti, la corrosione irremediabile. Se di una durata del tempo è possibile parlare, essa è solo la  durata della perdita.

2) Traggo l’espressione ‘durata della perdita’ impiegata per definire la natura del tempo da un bel libro di Ciro Papparo dedicato al pensiero di Georges Bataille e dal titolo, programmatico come pochi, Perdere tempo (Mimesis 2012).  Il lungo e non ancora terminato processo di messa al lavoro del tempo  da parte del capitalismo non  ha lasciato insensibile la riflessione filosofica: in concomitanza con la rivoluzione dei rapporti di produzione il pensiero più avvertito del novecento, da Bergson a Heidegger, da Benjamin fino appunto a Bataille, ha tratto la conclusione che il caro e vecchio essere della tradizione della metafisica occidentale, l’essere  identico ed eterno,   fosse  ormai divenuto tempo. ‘Essere e tempo’ significa in  realtà ‘Essere è tempo’, l’essere è evento, storia, destino. Invio e compito. Impossibile d’ora in poi separare l’essere dalle estasi temporali del passato, del presente e dell’avvenire: l’essere è estatico, gettato-proiettato fuori di sé. Detto ancora in altro modo: l’essere è ex-sistenza. È accaduto tuttavia che in questa presa in carico da parte del pensiero filosofico, che è sempre, anche quando non ci pensa esplicitamente, decostruttivo e critico, di un processo storico-mondiale quale la messa al lavoro del tempo,  si sia prodotto un rovesciamento e l’essere divenuto tempo  si sia rivelato non un serbatoio o un magazzino, non un ‘fondo’, bensì un colatoio. In un passo del Su Nietzsche. Il culmine e il possibile, col quale Papparo chiude la sua ricostruzione del pensiero di Bataille, il filosofo francese scrive: «Quando l’essere stesso è divenuto il tempo - tanto è roso all’interno - quando il moto del tempo ha fatto di esso, alla lunga, a forza di sofferenze e diserzione, questo colatoio dove scorre il tempo, l’essere si fa aperto all’immanenza, non differisce più dall’oggetto possibile». 

3) Divenuto tempo che cola, come sangue da una ferita aperta, l’essere  si sottrae definitivamente a qualunque gerarchia come quelle ad esempio fra  il permanente e il transuente, il necessario e il  contingente, l’ideale e l’empirico, l’autentico e il non autentico, l’importante e l’effimiro, sfugge all’ansia  del trascendere,  non si sottomette più al progetto, non si risparmia più. Coincide infine con l’insieme del possibile, con il semplice accadere, con la gratuità dell’esistere, con quella malattia inguaribile della vita umana che è  il suo essere mortale. Citando Svevo, Papparo  esclude che il tempo possa, come si dice, guarire: come cifra di una vita mortale, il tempo somiglia in realtà alla malattia che «procede per crisi e lisi e ha i giornalieri miglioramenti e peggioramenti»,  anche se  «a differenza delle altre malattie la vita è sempre mortale. Non sopporta cure». L’essere divenuto tempo concide col puro divenire; ma il divenire a sua volta è scialo - nel  senso di una ricchezza tanto lussureggiante quanto inutile - vale a dire spreco, dispendio. Se il lavoro implica, come diceva Hegel, la messa a freno del desiderio  - e non è importante se si tratti  del lavoro della mano o di quello della mente -, il rinvio a più tardi - per Lacan è la parola d’ordine di tutti i capi, democratici o no, quella  che intima: «Cari sudditi, per i desideri ripassate più tardi!» -, perdere tempo dovrà avere necessariamente a che fare con una certa inoperosità, con un certo non fare, anche, come voleva Lafargue, con un certo ozio  a condizione però che lo si utilizzi  non per lo studio, ma per il piacere. Ma soprattutto perdere tempo  vuol dire accettare fino in fondo che il tempo è ciò che si perde e in cui ci si perde, o, in altri termini, che il tempo è ciò che passa e che a noi è dato soltanto di far passare il tempo, di essere noi stessi solo il tempo che passa.


                                

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