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sabato 14 dicembre 2013

Colonna continua 9

1) Saranno contenti tutti coloro che a vario titolo e con diverse argomentazioni si sono opposti all’approvazione di una legge che sancisse come reato penale la propagazione e il sostegno  delle tesi cosiddette ‘negazioniste’ in riferimento all’esistenza dei campi di concentramento nazisti, delle camere a gas e dei forni crematori, vale a dire rispetto all’effettualità storica della soluzione finale, dello sterminio degli ebrei. Secondo una notizia riportata dal Corriere della sera di  quasi un mese fa (13 novembre 2013) un professore di liceo che insegnava ai suoi alunni  nell’ordine che i fatti dell’Olocausto non sono veri, che i filmati sulle deportazioni sono dei falsi e che in fin dei conti gli ebrei  sono dei furbi dai quali bisogna guardarsi, è stato assolto da un tribunale italiano ‘perché il fatto non susiste’. Non è stata applicata  nemmeno la legge Mancino che sanziona la discriminazione e l’odio etnico   sia esso  di tipo nazionale, razziale o religioso. Semplicemente non esiste una norma con cui si possa perseguire penalmente coloro che diffondono e promuovono la negazione della Shoah impedendogli di continuare a esternare le loro opinioni. In nome di una perversa interpretazione dei principi della libertà di pensiero e di espressione e facendosi scudo di una citazione - questa sì del tutto falsa - di Voltaire secondo la quale  anche se disapprovo quel che dici mi batterò lo stesso perché tu abbia il diritto di continuare a dirlo, si accetta che si possa impunemente negare l’Olocausto senza comprendere che non si tratta semplicemente di  un enunciato  constativo che di per sé  potrebbe essere indolore, ma di  un performativo che nel momento in cui dichiara mai avvenuto lo sterminio per ciò stesso ne auspica la realizzazione, definitiva  questa volta.  Negare l’Olocausto significa soltanto che ci si è fermati a metà dell’opera ed è tempo  finalmente  di  portarla a compimento.

2) Tutto quello che c’era da dire sul ‘negazionismo’ l’ha detto e scritto egregiamente Donatella Di Cesare in Se Auschwitz è nulla. Contro il negazionismo (il Melangolo, Genova 2012).  Citando fra l’altro un testo bellissimo ma poco noto di Jacques Derrida intitolato nella versione a stampa Feu la cendre (in italiano tradotto da Stefano Agosti: Ciò che resta del fuoco), ma quando era ancora una conferenza detta a voce [così   l’ascoltai tanti anni fa dalla viva (?) voce di Derrida] Il y à là cendre. Titoli comunque entrambi ambigui e doppi: il primo potendo significare sia Fu la cenere sia Fuoco la cenere e quindi Fu fuoco la cenere e  Fuoco fu la cenere, il secondo C’è la cenere e C’è là cenere. Inutile dire che la cenere in questione, questa cenere  che è sempre là, sempre  in via di dispersione, mai presente, di cui è impossibile di conseguenza il raccoglimento e quindi il logos,  che non sopporta nessun enunciato constativo, questa cenere è  la cenere di Aschwitz, la cenere  dei   forni crematori, ciò che resta, senza restare d’altronde, dell’Olocausto, del fuoco brucia-tutto. Questa cenere è l’unico testimone - un testimone evanescente, sempre in via di sparizione, un testimone incredulo di ciò di cui è chiamato a testimoniare - della verità di Auschwitz, cioè sia del  fatto che Auschwitz sia veramente accaduto sia della verità sull’uomo di cui Auschwitz è testimonianza per quanto sia una verità di fumo, una verità che se ne va in fumo. Questa cenere è l’unica cosa - una cosa misera e tenera - in grado di recare testimonianza del fuoco dei forni: per questo la cenere fu fuoco, il suo albero genealogico ha inizio nel fuoco. Ma è vero anche il contrario: fuoco fu la cenere, il fuoco sarà stato cenere. La cenere è da sempre, ma differita nel fuoco. Non la si potrà distruggere appiccando di nuovo il  fuoco, la cenere lo precede in un passato mai stato presente e lo incenerisce ritornando dal futuro anteriore in cui dimora. Impossibile sfuggire alla cenere, impossibile negarla: essa è già  negata e anticipa qualunque negazione futura. Sempre là, imprendibile.

3) La cenere fa fuoco dritto al cuore. Quando  ne Il discorso e la cenere (Quodlibet 2006, ma la prima edizione è del 1988) mi sono occupato  del testo di Derrida sulla cenere  il contesto era rappresentato da una domanda sul compito della filosofia dopo Auschwitz, in particolare da questa domanda: che ne è della verità dopo lo sterminio? È ancora possibile o dobbiamo rinunciarvi per sempre? Non è scomparsa dentro i forni crematori? Non è diventata cenere? Se in gioco è la verità come adeguazione fra la cosa e l’intelletto, la verità come deduzione sillogistica e correttezza proposizionale, non c’è alcun dubbio: questa verità è sprofondata per sempre. Ma per parafrasare un celebre detto di Pascal c’è una verità dei filosofi e una verità vivente, una  verità indifferente nella sua presunta universalità alla sofferenza  umana e una verità che marchia a fuoco, una verità  perforante la corazza dell’io, una verità che vincola e costringe. Per dirla con Lacan la verità che ci concerne è  quella che fa da causa materiale all’agire del soggetto. È questa la verità che fuma dai camini di Auschwitz, una verità traccia, una verità evento, una verità destino, una verità patica, una verità pena.
Ciò che più di tutto colpisce  nelle argomentazioni di coloro che si oppongono alla legge sul negazionismo è l’uso disinvolto che fanno della verità: essi   temono  che in tal modo la verità possa trasformarsi in una verità di stato,  una verità imposta dall’alto, una volta per tutte, sottratta di conseguenza alla libera ricerca, all’incessante revisione, al dibattito critico. La verità, aggiungono, non può essere imposta per legge. Ma così facendo denegano la verità, e cioè che  è la verità ad essere  la legge, che anche quando essa  assume la forma del   più tollerante e rispettoso degli enunciati constativi essa è in realtà un enunciato prescrittivo e performativo insieme, una parola che ordina e fa essere la cosa. La verità non si dice nel discorso dello storico e del filosofo, la verità accade  - cade e si disperde come cenere - e accadendo può gelare ed indurire i cuori o incendiarli fino a ridurli in cenere.

4) Chiara Conterno ha tradotto recentemente Gli epitaffi scritti sull’aria di Nelly Sachs (Progedit 2013), una serie di poesie scritte fra il 1943 e il 1946 in memoria di persone realmente esistite e deportate nei campi di concentramento. Premio Nobel nel 1966 insieme allo scrittore israeliano Josef Agnon, Nelly Sachs,  dopo aver   vissuto dieci anni, dal 1930 al 1940, a Berlino con la madre  in condizioni disperate per le persecuzioni dei nazisti, riesce, con l’aiuto di Selma Lagerlöf, di cui sarà la traduttrice in tedesco, a rifugiarsi in Svezia dove, essendosi rifiutata di tornare in Gemania a guerra finita,  morirà nel 1970. Anche in Svezia  continuerà  tuttavia a sentirsi perseguitata fino ad ammalarsene; in una lettera del 1960 a Paul Celan, amico insieme alla moglie, di Nelly Sachs, Inge Waern, una amica della poetessa, così ne descrive la condizione: «Li è malata.  A tratti - era terribile -  scriveva anche tutto su dei pezzi di carta,  in quanto la sia spia  dovunque, e così siamo là, con le tende  abbassate, e non posso nemmeno telefonare. Lei crede che i suoi persecutori vogliono che tutti i suoi amici la prendano per una malata mentale in modo  da farla diventare pazza». E in una lettera alla moglie Giséle, inviata da Stoccolma qualche giorno dopo, Paul Celan scrive a sua volta: «che dirti di Nelly? Soffre molto. Non vuole più sentir parlare delle sue poesie. “Non voglio serbare - e unisce il pollice e l’indice della mano destra a forma di anello - che questa piccola luce”. Disturbi che vengono da mille lati, da lontano e da vicino. A proposito di una lettera di Ingeborg - scritta dopo la mia telefonata - alla quale I. aveva aggiunto un paio di guanti bianchi, Nelly ha detto: “Dei guanti bianchi, vuol dire: “mi lavo le mani nell’innocenza - ich wasche meine Hände in Unschuld -, dunque prova di falsità”!!!». Qual è la verità per Nelly?

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