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lunedì 25 marzo 2013

Colonna continua 8

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1) Come non era difficile prevedere, il dopo Berlusconi si presenta peggiore di ciò che lo aveva preceduto. Dopo il primo clown, in fin dei conti simpatico (almeno a distanza), che ci ha fatto sorridere per vent’anni con le sue gaffes, i suoi amori da strapazzo, le sue manie di grandezza, i suoi trucchi per ingannare l’inesorabile vecchiaia e schivare la più ancora inevitabile morte, le sue  capriole per restare a galla, le sue illusioni  da viveur e da tombeur de femmes, e che però in tal modo concentrava su di sé l’angoscia che come un fiume in piena invade la vita contemporanea; dopo il mite e sobrio Mario Monti che si è rivelato  alla fine l’altra faccia della coppia clownesca, il perfido Bianco col suo cappello  a punta,  severo e autoritario, sempre pronto a  trattare male l’altro, l’incapace, pasticcione e stralunato (abiti fuori misura e scarpe giganti) Augusto (Berlusconi); dopo  questi due insomma, è venuto il terzo clown che non fa ridere nessuno, che l’angoscia l’incrementa invece di attenuarla e che,  dopo averla generata e diffusa, ne addita anche i responsabili affinché siano sterminati. Non  credevo che in concomitanza con  la scomparsa delle classiche nevrosi fosse più possibile incontrare delle autentiche denegazioni (Verneinung), ma Grillo mi ha rapidamente convinto del contrario: come Bossi alla sua epoca, sostenendo di aver incanalato la violenza armata dei popoli del nord nell’alveo costituzionale, affermava in realtà la sua predilezione  per l’uso dei fucili, così Grillo nella sua - che per disgrazia è anche la nostra -, ripetendo che se non ci fosse il Movimento 5 stelle in Italia  ci sarebbero i nazisti  come in Grecia, dichiara la sua affinità profonda con il nazionalsocialismo (cosa già notata e confermata oltretutto dalla presa di posizione di Riccardo Pacifici).
   Che fra il primo e l’ultimo clown vi sia continuità, anche se non identità, è dimostrato dal fatto che Grillo è stato in gioventù un giullare di quello stesso medium di massa - la tv generalista - di cui l’altro è stato l’inventore (prima delle tv di Berlusconi la televisione in Italia non era ancora un vero e proprio mass medium). Da questo punto di vista rappresenta un passaggio mediale, che se non è ancora definibile come epocale, tuttavia ci va molto vicino: dalla tv generalista alla rete. E - perché negarlo? - ai caratteri potenzialmente totalitari del nuovo mezzo di comunicazione che se     può venir interpretato  come lo strumento per la realizzazione della cosiddetta ‘democrazia diretta’ è proprio perchè sembra poter fare a meno  della distanza, della mediazione e  della differenza. Non si tratta però di ripetere lo stucchevole elogio della democrazia parlamentare rappresentativa con tutto il suo corredo di deleghe, libertà di mandato e lungaggini procedurali, quanto di   denunciare il principio sostanziale che le sorregge entrambe, democrazia rappresentativa e democrazia diretta: la sovranità del popolo. È questo concetto olistico di ‘popolo’, del popolo come totalità chiusa e compatta  a rendere totalitarie le forme moderne  del governo democratico: quando Grillo dice che vuole il cento per cento dei suffragi, dice di essere il popolo, di rappresentare tutto il popolo o il popolo come un tutto. Quelli che non votano lui/con lui, sono moltitudine dispersa, vagamente criminale, perché non si riconoscono parte del tutto del popolo. Dal momento che anche la democrazia parlamentare rappresentativa può, come si riconosce dappertutto, trasformarsi in democrazia plebiscitaria (ancora Berlusconi), in ‘populismo’, non c’è differenza sostanziale fra una sovranità del popolo che il popolo  «esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione» e una sovranità esercitata in modalità  ‘diretta’, attraverso la rete, col  mandato imperativo e con un esecutivo - vale a dire il governo - ridotto a braccio armato del legislativo. Anche qui, quando Grillo  dice che non gli piace la parola ‘governo’, è perché si pone contro la divisione dei poteri e si rifiuta di accettare l’autonomia dell’esecutivo dal legislativo: il suo modello è la Convenzione giacobina in cui  il legislativo era, con  scandalo di Kant, immediatamente governo e faceva leggi ad personam immediatamente esecutive, che mandavano cioè subito alla ghigliottina  senza passare per un tribunale - quelli italiani che, loro,  ce li mandano con processi che definire ‘regolari’ è un eufemismo,  erano ancora di là da venire.
Mentre Bersani non sa come trattare i 5 stelle e oscilla fra la tentazione di considerarli dei fascisti - un fascismo-movimento, non certo o non ancora un fascismo-regime -   e quella di prenderli - D’alema docet - come una costola impazzita della sinistra, il primo clown ha capito subito  di che cosa si trattava: o una diramazione italiana della setta di Scientology o la reincarnazione del dittatore dello stato libero di Bananas. Solo un clown riconosce  un altro clown.

2) Come ho scritto più volte la democrazia nella sua accezione classica che è poi l’unica accettabile, è una   forma di governo. L’opposizione fra la  democrazia e il governo nei termini della modernità è foriera soltanto di forme totalitarie dello stato,  di destra o di sinistra poco importa. Alla tesi della democrazia come governo si accompagna infatti quella per cui c’è differenza fra governati e governanti,  una differenza reale dovuta al fatto che il popolo non è un/il tutto, ma solamente una parte, che esso elegge, laddove la forma di governo sia quella democratica, i suoi governanti  o attraverso il suffragio universale o attraverso il sorteggio,  per affidargli il compito di guidare la nave nella bonaccia e nella tempesta, sulle rotte sicure o nel mare aperto, quando si conosca già l’approdo o  nel caso che si viaggi al buio. Pronto al prossimo giro a  cambiare la classe di governo se si fosse rivelata poco esperta delle leggi della navigazione e senza escludere nemmeno, come diceva Nietzsche, che alle volte navigare bene è far naufragio.
Se al contrario si crede fermamente che sia il popolo intero a governare, vale a dire a governarsi, e  chi governa è considerato una parte del popolo cui  si è delegato  - delegato anche se dato in modo diretto: c’è sempre delega - il momentaneo esercizio del potere, lo sgomento è inevitabile. Se governa male - e si governa sempre male: governare è, diceva Freud, una delle tre professioni impossibili, le altre due essendo insegnare e analizzare -, la soluzione pià semplice e immediata è quella moralistica: quella parte del popolo ha tradito per interesse personale  o di gruppi organizzati, si è staccata dal popolo di cui faceva parte ed è caduta quindi allo stato di moltitudine dispersa, potenzialmente se non realmente criminale. Sono zombi e vanno eliminati. Ma  alla lunga questa soluzione non è sufficiente: se è il popolo che governa se stesso e si governa così male l’attacco scriteriato a chi governa ricade come un boomerang su chi si è fatto governare. Come Edipo,  il vero colpevole è lui: accade allora che la depressione e la malinconia s’impadroniscano del popolo che, stremato, non può fare altro che  abbandonarsi   al primo demagogo di passaggio, al primo dittatore disponibile. E  ce n’è sempre qualcuno pronto alla bisogna.
 Se la democrazia come forma di governo presuppone che il popolo sia parte, implica anche che vi siano altre parti  della polis potenzialmente in conflitto fra di loro. Implica in più  che le parti non siano soltanto quel che abbiamo chiamato fino a qualche tempo fa ceti e classi, ma anche i sessi ed in ultima analisi le singolarità qualunque che noi tutti siamo, anche noi in  fin dei conti parti  della città non ricomponibili in un insieme chiuso, non destinati a fare uno.

3) La via di Bersani è una via stretta. Ma le vie della navigazione sono senpre strette,  si naviga sempre fra Scilla e Cariddi, e la virtù del nocchiero sta nella capacità di sfidare la sorte tenendo sempre la barra a dritta. Sfidare la sorte, ossia andare a vedere il rilancio dell’avversario convinti che sia un bluff ma pronti anche a perdere tutto. Non conta chi lo farà per primo, se Bersani o Renzi o qualcun’altro  che non è ancora  comparso all’orizzonte, conta che finalmente nella storia del partito della sinistra italiana, vale a dire nel partito nuovo di Togliatti, si tagli con l’eredità stalinista, quella per cui il partito non è la prefigurazione dello Stato o del non stato  dopo la rivoluzione, ma è il nerbo dello stato attuale, dello stato quale è.  Sono settant’anni che il partito della sinistra italiana, ritenendosi già stato, partito-stato, partito-istituzione,  subordina gli interessi di una parte a  quelli presunti  dell’insieme, mette al primo posto gli interessi del paese intero, si sacrifica in nome dell’interesse generale. So che dopo l’89 ciò che sopravviveva del PCI ha dovuto espiare la sudditanza dall’Urss e  quindi l’accusa di essere un partito antinazionale il che gli è costato la conventio ad exludendum dal governo dell’Italia. Ma solo per una vicissitudine storica l’internazionalismo comunista si è declinato come inchino alla politica di potenza di un  altro paese. L’internazionalismo vuol dire che  il partito della sinistra non s’identifica con la totalità del popolo che nella modernità coincide con la nazionalità, ma sposa l’interesse di una parte del popolo  la cui unica chance di affermazione riposa sulla capacità di opporsi al popolo, di chiamarsi fuori. 
Il partito della sinistra è una parte  il cui obiettivo è di portare al governo i senza parte, i non riconosciuti, i non garantiti (che non necessariamente, come ha dimostrato Ranciére, coincidono con i poveri). E questo non per ragioni moralistiche o sentimentali, né  in nome di un’astratta esigenza di giustizia, ma per motivi strettamente economici, perché sono  la fonte della produzione della ricchezza. Essi vanno emancipati da qualunque vincolo che ne blocchi il potenziale politico-rivoluzionario e ciò anche quando il vincolo in questione sia una forma protettiva di qualche parte sociale che al principio era anch’essa un senza parte ma che col tempo è entrata a far parte del gruppo dei privilegiati.
Una delle conseguenze immediate del pensarsi e agire da parte per il partito della sinistra è il rovesciamento di un paradigma che è inevitabile nel partito-tutto: che non ci debbano essere nemici a sinistra. È vero il contrario: l’unico nemico da cui il partito della sinistra debba guardarsi è l’estremismo. In altri termini  ciò che il partito della sinista deve sapere in primo luogo è  che la contraddizione non è solo quella fra lavoro salariato e capitale, ma anche  quella fra popolo e popolo, fra la parte-senza parte e il popolo di cui fa parte. Il riferimento al popolo come tutto non appartiene  solo al plebiscitarismo di destra ma anche e soprattutto al populismo di sinistra. È contro quest’ultimo che lotta il partito della sinistra.
Per questo dicevo che la via di Bersani è stretta: il nemico del PD è Grillo. Ma per batterlo il Pd non  può fare accordi con il PDL: quello di Grillo è un bluff e bisogna andare a vederlo anche a costo di elezioni anticipate. Tutta la borghesia italiana tifa come al solito per le larghe intese e per l’accordo: per una volta ci si provi   a non  starla a sentire.

4) Un tentativo interessante di applicare la teoria aristotelica delle forme di governo fra cui la democrazia alla situazione della Repubblica popolare cinese, tuttora governata, checché ne dicano  tutte le espressioni della sinistra occidentale, dal partito comunista è quella offerta da Pasquale Pasquino nell’ultimo numero del Mulino del 2012 (L’enigma della Cina postmaoista, Il Mulino 6/2012, pp. 1085-1092). Se si vuole  tentare di comprendere la storia della rivoluzione comunista cinese, al di là delle lacrime di coccodrillo sull’assenza di democrazia o del lamento sul ritorno del capitalismo, la chiave potrebbe essere questa: in che modo non ripetere l’esperienza di quella russa? Come evitare il collasso dell’Unione sovietica? Dopo un breve primo periodo in cui la Cina tenta di ripercorrere la stessa via della Russia,  la questione della dirigenza cinese diventa quella di differenziarsi dalla strada imboccata da Stalin e proseguita anche dopo l’abiura dei crimini staliniani. Non  è solo per le differenze della realtà cinese rispetto a quella Russa - differenze storiche, economiche e culturali -, è soprattutto per la consapevolezza di un’involuzione della spinta rivoluzionaria in Russia che la Cina è spinta a cercare  un’alternativa. La questione principale delle rivoluzioni non  è infatti  come iniziarle, è come continuarle, quali istituzioni possono rendere permanante la rivoluzione che nel suo concetto è un evento discontinuo. Come si trasmette la rivoluzione?
La prima risposta del gruppo dirigente cinese guidato da Mao è che la rivoluzione si continua dal basso attraverso la mobilitazione continua delle masse, tenendo costantemente accesa la spinta rivoluzionaria  al fine di evitare che non solo le vecchie classi sconfitte ma soprattutto i costumi culturali sedimentati riprendano il sopravvento.  Questa rivoluzione che si chiama culturale dal momento che quella economico-sociale è considerata ormai alle spalle e si tratta soltanto di impedire, attraverso un’immane rieducazione delle masse, la riproduzione  dei costumi delle vecchie  classi dominanti, fallisce in un modo molto simile all’esperimento di  Terrore durante la rivoluzione francese per l’inevitabile ricorso  alla fuga in avanti moralistica, spinta in molti casi fino alla violenza e alla prevaricazione, derivante dalla perdurante resistenza della parte del popolo coinvolta nell’operazione ad accettare supinamente le virtù rivoluzionarie, non perché siano  rivoluzionarie ma perché sono virtù e come tali in opposizione al desiderio. Da questo punto di vista la rivoluzione culturale è la risposta estremistica all’esistenza della contraddizione in senso al popolo.
Fallita questa strada il gruppo dirigente sopravvissuto a Mao imbocca l’altra strada, quella tentata da Lenin subito dopo la fine dell’economia di guerra, vale a dire la strada della Nep. Se ciò avviene non  è solo perché la Cina come la Russia nel ‘17  è un paese povero, a prevalenza contadina, sotto sviluppato,  è perché il comunismo presuppone il più ampio sviluppo delle forze produttive e tale sviluppo si ottiene solo attraverso l’economia capitalistica. La  sfida è quindi quella dell’accumulazione capitalista a guida comunista ed è la strategia  perseguita in Cina ancora adesso.
 È a questo punto della storia che si pone il problema politico per eccellenza: che fare della nuova ed emergente classe di imprenditori capitalistici prodotta dall’apertura all’economia di mercato? Permetterle di organizzarsi al di fuori del partito con tutti i rischi connessi a questa scelta o tentare di integrarla all’interno dell’istituzione politica monopolistica della rappresentanza, appunto il partito comunista cinese (in verità Pasquino prima di partito aveva scritto fra parentesi ‘detto’)? Dal momento che la questione è politico-istituzionale e non semplicemente economico-sociale è a questo punto che Pasquale Pasquino rimanda alla tripartizione aristotelica delle forme di governo (che sono anche  forme istituzionali): l’oligarchia, ovvero il governo delle classi superiori nel proprio interesse; la democrazia, ossia il governo delle classi medio basse caratterizzato dalla stessa parzialità della prima; e infine quella che Aristotele considera la migliore possibile e cioè il governo misto che può tenere insieme giustizia e stabilità perché integra le componenti sociali più importanti della città all’interno delle istituzioni che governeranno la comunità politica.
Ed è quanto sta accadendo in Cina: il tentativo senza precedenti dell’integrazione dei capitalisti all’interno dell’istituzione, il partito, che rappresentava all’inizio e continua a rappresentare le classi sociali inferiori,  può essere descritto secondo Pasquino  come «la versione post-comunista dell’antico governo misto, con la presenza inedita della rappresentanza politica attraverso il partito» (1091).  È la teoria sviluppata alla fine degli anni novanta dall’ex segretario del partito Jiang Zemin delle tre rappresentanze: quella del popolo, quella degli intellettuali e quella del tutto nuova degli ambienti legati agli affari. È del tutto evidente che le tre rappresentanze «appaiono come il tentativo di giustificare da un punto di vista di una politica popolare il ruolo crescente dei businessmen, piccoli e grandi, e delle classi medie e superiori» (cfr. Jean-Louis Rocca, La società cinese, Il Mulino 2011, p. 47).
Non c’è dubbio che un simile tentativo  sia accompagnato da un’infinità di perplessità: la prima delle quali è quella di come garantire il pluralismo che caratterizza ormai il partito. Sarebbe del tutto errato porre una simile  questione nei termini propri delle democrazie occidentali: è difficile pensare che in Cina possa attecchire una democrazia competitiva di stampo europeo-occidentale. Si tratta piuttosto di capire «attraverso quali modalità  interessi e ideologie diverse possano trovare espressione - interna ed esterna - e raggiungere dei compromessi essenziali al mantenimento del partito unico» (ibidem). Perplessità ancora maggiori si possono avere nei confronti della morale confuciana  cui il gruppo dirigente cinese fa esplicitamente  ricorso per garantire l’armonia fra le componenti sociali  prodotte dall’apertura all’economia di mercato  i cui interessi sono manifestamente conflittuali. Come se rispetto alla rivoluzione culturale si fosse caduti dalla padella nella brace.
Detto questo, se nell’attuale sistema mondo esiste un laboratorio politico, non è certo in Italia che lo si può trovare, come una certa intellettualità di sinistra di casa nostra  si ostina a sostenere, ma nell'estremo oriente, nella Cina.


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