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venerdì 2 marzo 2012

Lévinas e la filosofia dell'hitlerismo



 Sul numero 30 (dicembre 1996) della rivista  «Informazione filosofica» edita dall'Istituto Italiano per gli Studi Filosofici "Gerardo Marotta" pubblicai questo breve saggio su Lévinas che mi sembra ancora attuale. Per questa ragione lo riprendo qui avvertendo che la traduzione italiana del testo di Lévinas Sull'evasione è stata nel frattempo ristampata dall'editore Cronopio di Napoli nel 2008 e che l'altro testo di Lévinas citato Alcune riflessioni sulla  filosofia dell'hitlerismo è stato tradotto da Andrea Cavalletti e pubblicato dall'editore Quodlibet nel 1996.


Uno dei meriti più grandi di Emmanuel Lévinas consiste nell'averci offerto, già a  partire dalla metà degli anni   trenta, la chiave concettuale per comprendere l'epoca in cui siamo e circoscrivere il male di cui soffre il nostro secolo. È  intorno al concetto di limite e al suo spostamento che si gioca fra il '34 e il '36 la riflessione levinasiana. Nella filosofia tradizionale, scrive Lévinas nel saggio sull’ ‘evasione’ (De l'évasion, 1935; trad. it. Dell'evasione, Reggio Emilia 1984), ciò che per il soggetto rappresentava il limite della sua comprensione e del suo  agire era costituito dal mondo o dal non io: il conflitto si dava sempre fra l'uomo e   l'essere, mai fra l'uomo e se stesso. Anche nella lotta più cruenta, l'uomo non perdeva la propria autosufficienza, non vedeva messo a rischio l'ideale dell'identità di sé con sé.
In cosa consiste il cambiamento in atto nel nostro secolo? Nel fatto, risponde Lévinas, che il limite non affetta più il soggetto dall'esterno, ma s'insedia nel cuore stesso del suo essere. A essere preso nell'ingranaggio incomprensibile dell'ordine universale, a essere afferrato dalla mobilitazione totale non è più l'individuo che non è ancora padrone di se stesso e che, quindi, lotta contro il mondo per raggiungere o ripristinare l'autosufficienza, bensì proprio la persona già libera e autonoma. Essa si vede consegnata irrimediabilmente alla propria esistenza temporale, al proprio essere quì e ora. Il soggetto non è più libero di fronte al mondo, ma  si scopre incatenato alla propria determinatezza empirica. L'indiscenibilità fra il soggetto e il suo essere mondano fa in modo che il limite sia incontrato dall'uomo al suo stesso interno o che il soggetto sia limite a se stesso. Ciò comporta, secondo Lévinas, una nuova posizione filosofica: se la filosofia tradizionale dell'Occidente, pur restando legata ad una prospettiva ontologica, cioè al principio dell'identità dell'essere, riconosceva tuttavia la differenza fra il soggetto e il mondo, fra la libertà umana e la brutale opacità dell'ente, la nuova filosofia dovrà caratterizzarsi per la cancellazione di quella differenza e per aver posto il limite all'interno del soggetto.
Esiste questa filosofia del nostro tempo, è già stata pensata? Un anno prima, nei 1934, Lévinas aveva pubblicato un breve testo dal titolo inquietante: Quelques réflexions sur ­la philosophie de l'hitlerisme (Qualche riflessione sulla filosofia dell'hitlerismo, pubblicato su «Esprit» e riedito in «Les Cahiers de l'Herne», Parigi l991, pp. 154‑l60). L'attacco ha del folgorante: la filosofia dell'hitlerismo, vi si  afferma, è una filosofia primaria, riguarda i fondamenti. Nessun dubbio che gli enunciati del nazionalsocialismo siano miserabili e che esso non sia nulla di più che il risvegiio di sentimenti elementari. Ma il punto è che   proprio i sentimenti elementari nascondono una filosofia, cioè l'attitudine di un'anima di fronte al mondo e al   proprio destino. È  in questo senso, dunque, che l'hitlerismo è una filosofia e mette in questione i principi stessi della civiltà. La civiltà europea, scrive Lévinas anticipando i temi dello scritto sull’ ‘evasione’­, si è basata fino a ora sullo spirito della libertà: l’uomo era ritenuto capace di rinnovarsi eternamente. Da questo punto di vista ciò che caratterizza la civiltà europea, secondo Lévinas, è l'assenza di storia: il tempo porta infatti con sé l'irreparabile, pone l'uomo di fronte al fatto compiuto, di fronte allo strapotere di un passato immodificabile. È  evidente, dal punto di vista di Lévinas, che quanto più si resti legati ad una prospettiva ontologica, tanto più il contrasto tragico tra la libertà e il tempo si accentui. Di conseguenza, secondo Lévinas, contro l'ontologismo greco, il giudaismo apporta un messaggio di libertà assoluta: per il giudaismo la scelta già compiuta non può mai trasformarsi in un destino: l'uomo conserva sempre una possibilità di rimetterla in questione.
Il liberalismo moderno attenua solamente l'aspetto drammatico ed eroico di questa concezione della libertà, ma ne conserva il nucleo sotto la forma della libertà sovrana della ragione. Lo strappo con la civiltà europea si ha soltanto quando la determinazione storico‑concreta nella quale l’uomo si trova a essere cessa di venire concepita come meramente contingente e costituisce il fondo stesso del suo essere; quando, in altri termini, l'essenza dell'uomo non consiste più nella libertà, ma nel suo essere corporeo. Per la nuova filosofia il corpo non è più un accidente che ci pone in rapporto con il mondo implacabile della materia, ma ciò che aderisce, fino all'indiscenibilità, al soggetto. Questa aderenza vale ormai per se stessa. Il biologico, quindi, con tutto quel che comporta di fatalità, non è più solo uno dei possibili oggetti della vita spirituale, ma il suo stesso cuore. D'ora in poi essere uomini non consisterà più nel librarsi al di sopra del mondo delle contingenze, bensì nel prendere coscienza di questo incatenamento originario e ineluttabile al corpo, nell'assumere e nell'accettare questo incatenamento. Questa è la filosofia del nostro tempo: la riduzione della vita spirituale alla vita tout court, alla nuda vita naturale.
La nota aggiunta da Lévinas nel '91 per la ristampa del suo scritto svela però l'arcano dell'attribuzione di una portata filosofica al nazismo: la vera filosofia dell'hitlerismo è, in realtà, l'ontologismo heideggeriano nella misura in cui la nozione centrale che lo caratterizza è quella dell'essere per il quale nel suo essere ne va del suo stesso essere o, come traduce Lévinas, dell’ «étre soucieux d' étre», cioè dell'essere che ha cura dell'essere, che ha da essere nient'altro che i suoi modi d'essere. Come ha notato Giorgio Agamben, che di recente ha posto l'attenzione sullo scritto levinasiano del '34 (Homo sacer, Torino 1995, pp. 167‑170), nella categoria della fatticità o della vita fattizia, elaborata da Heidegger già negli anni venti, si affermava l'indiscernibilità fra la vita e le sue situazioni effettive, fra l'essere e i suoi modi d'essere, consumandosi in tal modo le distinzioni dell'antropologia tradizionale: spirito e corpo, io e mondo, ragione e animalità. La fatticità non è un nuovo nome per la contingenza secondo cui qualcosa può essere in un modo o in un altro, ma indica il carattere deietto dell'uomo: il suo aver da essere il modo d'essere che gli è toccato d'essere. La deiezione comporta, quindi, l'assunzione decisa del modo d'essere o della situazione effettiva in cui l'uomo si trova, la trasformazione, in altri termini, di ciò che è destino, dote e fatalità, in compito.
Non è questa la sede per discutere la responsabilità effettiva di Heidegger nei confronti del nazismo o la corrispondenza fra il suo pensiero e la filosofia dell'hitlerismo. Quel che vorremmo suggerire, rendendo in tal modo giustizia a Lévinas, è che, nonostante la sconfitta storica, la filosofia dell'hitlerismo, individuata dal filosofo francese nell'atto della sua stessa nascita, è ancora la filosofia del nostro tempo. Sotto le mentite spoglie di un umanesimo democratico che afferma il diritto illimitato dell'uomo a "preoccuparsi" della propria felicità, cioè del suo modo d'essere mondano e temporale, la filosofia hitleriana continua a vincere la guerra con la civiltà europea. Vince spostando ulteriormente il limite: se il corpo, il biologico in quanto tale, era il limite cui era rimessa irrimediabilmente la libertà umana, ora è in nome di un'idea stravolta della libertà che ci si impegna a sfondare i limiti corporei (cfr. G. Frasca, La scimmia di Dio, Genova 1996). La manipolazione genetica in tutte le sue forme tende a cancellare i limiti biologici del corpo ‑ nascita, morte, dolore e godimento ‑ in vista della sua immortalità e impassibilità. Ma è proprio questa libertà assoluta di infrangere i limiti biologici, di andare oltre il corpo naturale e verso il corpo cibernetico e mediale, che, ben al di là del nazismo storico, consegna definitivamente l'uomo al proprio corpo e che conferma che il fondamento della nostra epoca poggia ancora sulla filosofia dell'hitlerismo.

3 commenti:

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