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lunedì 15 agosto 2011

L'esperienza e il taglio. Per un'estetica del dispiacere


  Nel 1990 Alberto Abruzzese organizzò a Napoli un  convegno dedicato al tema Estetiche del dis/piacere, immagine e complessità sociale. Quello che segue è il testo del mio intervento.

Nella sezione della Critica del giudizio dedicata all'analitica del sublime, Kant sposta nel campo della teoria quelle modifiche della sensibilità e del gusto che fino ad allora erano state considerate soltanto sotto un'angolatura psicologica. Il sublime, nome sotto il quale si rubrica, già con Burke, quel lato dell'emozionale che prende abbrivo dal terribile e che provoca, dunque, più dolore che piacere, investe in Kant lo statuto del soggetto ed insieme quello dell'esperienza di cui il primo aspira ad essere il titolare legittimo.
Economizziamo i passaggi: di fronte al sublime il soggetto del giudizio estetico si scinde, un incommensurabile abisso si apre fra le facoltà dell'animo. Mentre nel bello l'immaginazione e l'intelletto si accordano liberamente generando il sentimento del piacere, nel caso del sublime il massimo potere della sensibilità ‑ così Kant definisce la facoltà trascendentale dell'immaginazione ‑ incontra il proprio limite. Di fronte al fenomeno che ingenera il sentimento del sublime, l'immaginazione si mostra incapace di produrre lo schema di un oggetto che renda possibile l'applicabilità del concetto all'intuizione. Da qui deriva in primo luogo che, nell'esperienza del sublime, la facoltà dell'intelletto sia messa fuori gioco. Ma che al suo posto subentri la facoltà della ragione non sutura il taglio: il discorso kantiano esclude infatti che un'idea della ragione possa mai avere una qualunque esibizione empirica; si tratta invece di rendere produttiva proprio questa impossibilità, di trasformare, insomma, lo scacco dell'immaginazione, assunto in quanto tale, in senso: conservare l'abisso e nello stesso tempo trovare la leva che permetta il salto.
L'uscita dall'impasse è la seguente: l'umiliazione del massimo potere della sensibilità è la prova indiretta della destinazione razionale e sovrasensibile, in una parola morale, delle nostre facoltà conoscitive e, più in generale, dell'intera specie umana. Il vuoto che, a causa del sublime, si apre nella rappresentazione diviene il segno dell'inappariscenza dell'idea; detto in altro modo: l'idea, che in nessun caso sopporta un'esibizione empirica, investe il proprio capitale rappresentativo ‑ le idee ‑ in ciò che dal lato dell'immaginazione appare soltanto come perdita ed estrae plus‑valore dall'assenza d'oggetto. Se l'idea perviene ad una quasi esibizione è perché il movimento indotto dal sublime permette che da un nulla‑da‑vedere s'inferisca l'impossibile presenza dell'idea.
Al sublime, dunque, Kant attribuisce il ruolo di un passaggio, traduzione e transfert dalla sensibilità all'idea, dall'estetico al morale. Ma proprio questa funzione di passaggio, che più in generale si configura come trascrizione della natura in arte e viceversa, produce un rimaneggiamento dei concetti di soggetto ed esperienza. Partiamo da quest'ultima: l'esperienza del sublime è un'esperienza senza oggetto ‑ Kant lo ribadisce a chiare lettere: sublime non è l'oggetto, bensì lo stato d'animo del soggetto che esercita il giudizio. Propriamente non c'è oggetto possibile del sentimento del sublime, c'è solo un fenomeno o un evento ‑ la serie infinita dei numeri o le catastrofi naturali negli esempi kantiani ‑ che non perverranno mai allo statuto di un oggettività significativa. Più esattamente ancora: l'oggetto del sublime è un oggetto impossibile. Nello sforzo che l'immaginazione intraprende e che, come tale, non può mai venir meno, di offrire uno schema all'intelletto, l'oggetto cade via, si sottrae alla rappresentazione. La distanza che qui Kant è costretto ad assumere rispetto alla Critica della ragion pura è abissale: la condizione a priori di un conoscere scientifico, infatti, era tutta legata alla instaurazione di un'esperienza possibile in generale, di un'esperienza cioè che, rimessa al fenomeno, fosse sempre in grado, a partire dalla funzione mediatrice e schematizzante dell'immaginazione, di produrre/incontrare il proprio oggetto. Nel sublime, al contrario, il fenomeno eccede l'immaginazione, si dà in sovrappiù o in sovramercato rispetto alla possibilità dell'oggettivazione o, in altri termini, sfugge alla regola dell'equivalenza: un oggetto per un molteplice dell'intuizione.
E veniamo al soggetto: come  soggetto, anche quello estetico ricopre la funzione dì condizione di possibilità della legittimità degli enunciati, vale a dire dei giudizi di ogni genere di discorso: conoscitivo, prescrittivo, etc.. Nel suo caso, tuttavia, esso deve universalizzare il giudizio di gusto senza poter ricorrere al potere delle categorie: deve, in altri termini, produrre un universale senza concetto. Ciò è dovuto al fatto che il giudizio estetico si fonda su di un sentimento, quello di piacere/dispiacere, che, come tale, non appartiene, ma semmai si oppone, alla sfera trascendentale. Il sentimento, infatti, è il massimamente individuale, l'estremamente variabile, in una parola il contrario dell'universale. La soluzione è questa: giacché il sentimento del piacere è l'indice di un accordo del soggetto con se stesso, vale a dire di un rapporto non discordante fra le facoltà - nel caso del bello: sensibilità e intelletto ‑. il fatto che nel giudizio di gusto la loro messa in funzione non abbia una finalità conoscitiva né tantomeno pratica, non pregiudica la loro universalità: le facoltà, infatti, operano con forme a priori - spazio‑tempo, schemi, concetti e idee -, che per il fatto di non essere derivate dall'esperienza sono universali in linea di diritto, e d'altro canto non producono che forme, lavorano, cioè, un molteplice dell'intuizione per trasformarlo nella forma d'oggetto. Il sentimento del piacere, quindi, in quanto segno soggettivo dell'accordo delle facoltà, del loro libero giocare, vale a dire non legato ad una finalità qualunque, è la prova della quasi universalità del giudizio di gusto. E la cosa riesce a Kant nell'ambito del bello: le facoltà producono /incontrano l'oggetto a partire dal quale costruire l'universalità del giudizio; ciò avviene a condizione che l'oggetto sia lasciato fluttuare nello spazio rappresentativo, che ne sia sospeso, in altri termini, lo scopo. ‘Finalità senza scopo’ , come formula sintetica del bello, significa: l'oggetto si accorda con le nostre facoltà, ma si sottrae allo scopo che ad esse pertiene nell'attività teoretica e/o in quella pratica. Il carattere contemplativo del bello, vale a dire disinteressato, dimostra che l'energia libidica, la facoltà del desiderare, che di solito è legata alla realizzazione di uno scopo, qui è libera di spostarsi a piacimento, di investigare l'oggetto, senza bisogno di giungere alla scarica percettiva o motoria. In Kant s'inscrive un certo carattere allucinatorio dell'oggetto bello che si può ritrovare in quasi tutte le grandi teorie dell'immaginazione, fino ad esempio in Sartre. L'oggetto bello è irreale ( che non significa impossibile): esso emerge a partire da una modifica dell'atteggiamento percettivo che lo isola dallo sfondo dell'oggettività solo strumentale nei cui confronti valgono soltanto o l'apprensione teoretica o il consumo pratico. La sfera estetica scorre parallela agli altri ambiti dell'attività umana e viene in primo piano solo a patto che il fruitore modifichi il proprio atteggiamento, che sospenda il proprio rapporto d'interesse col mondo e si trasformi in un puro occhio contemplante.
Ma il sublime? Dal momento che nell'esperienza del sublime l'immaginazione non è in grado di produrre la forma di un oggetto e di conseguenza l'intelletto è fuori gioco, il libero accordo delle facoltà, che il soggetto avverte nel sentimento del piacere, è impossibile. Il soggetto del giudizio estetico prova piuttosto dispiacere: dispiacere provocato dal fatto che l'oggetto verso cui si dirigeva la sua energia libidica è ciò che cade fuori dal campo rappresentativo, scivola via, è perduto. Non che l'energia non resti libera come nel bello: il fatto è che va a vuoto. Si potrebbe dire che mentre nel bello il soggetto produce/incontra un oggetto fantasmatico ed allucinatorio, nel sublime al posto dell'oggetto resta uno spazio vuoto, quello che avrebbe dovuto essere riempito dall'oggetto se esso non si fosse rivelato impossibile.
Fissiamo un punto: l'insistenza di Kant sul fatto che ciò che trascende l’immaginazione è un abisso in cui essa, e il soggetto con lei, temono di perdere se stessi, di cadervi a precipizio insomma, è il modo sintomatico con cui sulla superficie del testo kantiano s'iscrive la verità che il soggetto è scisso. Se le facoltà si disgiungono e si aprono a forbice, se nessun passaggio è più possibile fra sensibilità e intelletto, se anzi fra di esse si apre un abisso, che cosa resta della pretesa identitaria e legittimatrice dell'Ich denke’? Ma ancor più sintomatico è che la scissione del soggetto si manifesti solo quando quest'ultimo venga in contatto con un'esperienza che, tanto per usare la terminologia dell'estetica della ricezione, non solo delude il suo orizzonte d'attesa, ma stravolge le coordinate stesse dei suo spazio d'esperienza: ad una esperienza colma di oggetti, reali o fantasmatici (ma non sono, forse, tutti fantasmatici?), e perciò felice, subentra quella infelice dell'oggetto impossibile.
È  questo oggetto, la cui caratteristica è quella di impedire che si costituisca un tutto dell'intuizione, ad attraversare il soggetto ed a spaccarlo in due, esattamente come Zeus, secondo il racconto di Aristofane nel Simposio, spaccava in due gli uomini fatti a sfera come si taglia un uovo col capello. L'oggetto impossibile che si manifesta nell'esperienza del sublime è propriamente un oggetto parziale; ma parziale non significa la parte di un tutto, né tantomeno ciò che manca al tutto per divenire un tutto. Al contrario, parziale vuol dire che l'oggetto è ciò che impedisce al tutto di totalizzarsi, ovverosia d'essere tutto. Più che di una privazione la parzialità dell'oggetto è l'indice di un in più, di un'eccedenza, che non si lasciano mai totalizzare. L'oggetto parziale o impossibile non funge più da correlato, intenzionale si potrebbe dire, del soggetto; esso, al contrario, apre una béance nell'armatura dell’Io penso', vi fa buco. Ed il soggetto può soltanto contornanlo, farne il giro, ma non può mai riempirlo, suturarlo.
Ovviamente per Kant le cose non vanno del tutto a questo modo. Come direbbe Lyotard, anche in questo caso Kant concatena troppo in fretta. Ma prima di vedere come, è necessaria una precisazione: la desertificazione dello spazio d'esperienza è in Kant la parte destruens dell'operare della critica. Vale a dire che se non si sgombra preliminarmente il campo dalla pletora oggettuale immediata e primitiva non è possibile alcuna validazione dei diversi generi di discorso. Se non si libera, ad esempio, l'intuizione, da oggetti quali Dio, l'anima o il mondo, o addirittura dalle stesse forme di spazio e tempo che un atteggiamento ingenuo puó considerare come oggetti dati, la via d'accesso ad un conoscere scientifico è sbarrata. A ciò corrisponde il fatto che in ogni genere di discorso si assiste ad una certa disgiunzione delle facoltà: in ragion pura, ad esempio, è proprio la facoltà della ragione ad essere posta fuori gioco, mentre in pratica la stessa sorte capita alla sensibilità. È  questo il prezzo perchè a partire dalla desertificazione il soggetto possa produrre/incontrare degli autentici oggetti: quelli della percezione per il soggetto epistemico, il sommo bene per il soggetto pratico, gli oggetti belli per il soggetto estetico. E nel sublime le cose non vanno diversamente. Lo abbiamo già detto: sull'assenza d'oggetto provocata dal sublime, la facoltà della ragione si apre un credito, valorizza il vuoto e ne estrae plus‑valore. In che modo? Con uno spostamento che vorrebbe essere metaforico ma forse si rivela soltanto metonimico: comunque con, come dice Kant, una sostituzione. Il sentimento del sublime è un sentimento di stima per la nostra destinazione sovrasensibile che, ‘con una specie di sostituzione', vale a dire scambiando in stima per l'oggetto quella per l'idea dell'umanità che proviamo nel foro soggettivo, noi attribuiamo ad un oggetto della natura. Col che è vera anche la reciproca: noi sostituiamo all'oggetto impossibile l'oggetto‑idea, cioè l'umanità morale. Da qui quel paradosso per cui, in Kant, il dispiacere che il soggetto estetico provava per il crollo della facoltà dell'immaginazione si trasforma in un'altra forma di piacere. Il libero accordo delle facoltà è ricostituito sulle ceneri della facoltà dell'immaginazione: non più sensibilità e intelletto, ma immaginazione condotta al suo disastro e facoltà della ragione.
Trattandosi del sublime si potrebbe pensare di trovarci di fronte ad un processo di sublimazione: il che è troppo e troppo poco. Giacchè se è vero che una sublimazione implica un rimaneggiamento della meta sessuale, cioè dell'energia libidica, ed uno spostamento dell'oggetto, fermo restando il conseguimento del piacere, è anche vero che l'oggetto sublimato continua ad essere un oggetto parziale: la sublimazione ne può fare il giro, ma non totalizzarlo, e questo è tutto quello che Freud ci ha lasciato sull'arte. È anche vero, d'altronde, che per Kant l'oggetto‑idea dell'umanità morale non è una totalità chiusa, ma ciò non contraddice che esso sia, in linea di diritto, una totalizzazione possibile ed in fieri. Il fatto che manchi sempre qualcosa, che vi sia sempre bisogno di un piccolo passo o di un ultimo sforzo, non toglie che l'idea di un'umanità morale ‑ il regno dei fini ‑ sia pensata da Kant come priva di residui, senza più eccedenza.
Infine Kant sopporta l'oggetto impossibile solo il tempo di un battito di ciglia; si ritrae di fronte alla desertificazione e all'emergenza dell'oggetto parziale, né sceglie la via della metafora, cioè quella della sublimazione. Resta invece fermo sul sintagma, si limita allo spostamento metonomico, sostituisce l'oggetto perduto con l'oggetto ritrovato, lo rifantasmatizza. Non senza resto tuttavia, non senza che qualcosa cada via lungo il discorso.
È  tempo ormai di una qualche conclusione. La scelta del sublime kantiano non è stata dettata dal fatto di costituire uno dei luoghi se non, addirittura, ‘il' luogo’ canonico in cui si tematizza l'estetica del dispiacere, e neanche da una certa attuale fortuna del tema del sublime. Ma soltanto perché esso produce, pur se con incertezze e arretramenti, la teoria del soggetto e dell'esperienza estetici adeguata all'epoca moderna, all'epoca non classica. Il sublime kantiano dà le coordinate teoriche per pensare larga parte della produzione estetica moderna e delle modifiche indotte sul lato della ricezione. L'arte moderna è un'arte della rarefazione, della desertificazione del campo degli oggetti; un'arte che delude programmaticamente l'orizzonte d'attesa del fruitore ed apre uno spazio d'esperienza il cui tratto identificante è il trauma o lo choc. Quando Benjamin legge il sonetto baudelariano ‘ À une passante’ come lo schema di una catastrofe vuol dire questo: la folla non è un oggetto, ma una massa amorfa, che nessuna parola nomina e rende significativa. Ma sullo sfondo di questa anonimia si staglia la ‘passante’ : un éclair ...puis la nuit! ‑ Fugitive beauté. Un brillare improvviso ed effimero, una bellezza che subito svanisce; e non è questo l'oggetto impossibile e perduto, perduto prima ancora d'averlo potuto possedere, l'oggetto del nostro desiderio che ci divide e separa, l'oggetto parziale che ci frammenta e ci dissemina?
Oggi che le tecnologie elettroniche hanno definitivamente liquidato la vecchia teoria dell'immaginazione e gli oggetti che popolano il nostro universo immaginario non sono più l'effetto di una derealizzazione, bensì oggetti alla lettera ‘impossibili’, il campo della nostra esperienza è trasformato. L'opera, se di opera si può ancora parlare, non è più l'oggetto che ci sta di fronte, ma il territorio in cui viaggiamo, in cui andiamo incontro alle cose del vecchio senso della parola erfahren. E questa superficie è solcata da una pletora di oggetti parziali, da oggetti che non sono più irrealizzati a partire dalla loro consistenza materiale, ma che sono fatti dell'immateriale puro. Forse questo non ci procura più piacere, nessun sentimento del libero accordo soggettivo, piuttosto spaesamento e vertigine. Ma in compenso ci procura, per quanto tenue, fragile e insicura possa essere, una strana e tuttora impensata promessa di jouissance.

 

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