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venerdì 10 giugno 2011

Colonna continua 2

 
1) Ci risiamo: di nuovo si assiste alla stucchevole discussione se votare sia un diritto o un  dovere o entrambe le cose. Se si possa invitare la gente a non votare, se gli uomini politici siano chiamati a dare il buon esempio andando a votare o possano dichiarare impunemente che non andranno a votare. La discussione questa volta verte sul quorum da raggiungere per rendere valido un referendum, ma è la stessa che si apre ad ogni tipo di votazione, politica e amministrativa.
Ai moderni non vuole entrare in  testa la libertà dei moderni,  la libertà da, la libertà da qualsiasi determinazione che una legge, una norma, un costume, una tradizione, intendano dare alla libertà. La libertà non discende dalla legge, ma fonda la legge: la libertà, da Kant in poi, è la ratio essendi della legge. È  vero che la legge a sua volta ci permette di sapere di essere liberi, ci rende consapevoli della libertà, ma appunto liberi da qualunque  automatismo,  non soltanto di provenienza naturale, ma anche sociale, da qualunque ‘macchina’, fosse anche quella rappresentata dalle leggi positive: e  la legge costituzionale è anch’essa una legge positiva atta a far funzionare la macchina sociale. Quel che  la legge incondizionata, la  legge morale, ordina o  ci fa scoprire è che siamo liberi,  che non possiamo non esercitare la nostra libertà, ma non  ci dice né lo potrebbe come dobbiamo esercitarla rispetto a leggi determinate e a costumi  che per quanto sacri e venerabili sono comunque dati e imposti. Altrimenti la legge, quella kantiana, diventerebbe quella del neoliberismo analizzato da Foucault in cui il comando di essere liberi, la costrizione alla libertà, coincide con  la sottomissione alle leggi del mercato, con l’obbedienza all’autoinvestimento, alla  valorizzazione. La libertà da è anche libertà di perdersi, di dilapidare il capitale, di sprecare. È anche la libertà di non partecipare all’edificazione della casa comune, della polis, se ciò dovesse essere avvertito come un detrimento della libertà. Per dirla in breve non posso essere libero di non scegliere fra votare e non votare, ma sono libero di votare o non votare. E per questa volta non voto.

2)La circostanza che le democrazie più accreditate, quella nordamericana o quella inglese, non vengano delegittimate dal bassissimo numero dei votanti, è una prova in più a favore del fatto che la ‘libertà da’ propria dei moderni non ha mai prodotto anarchia o perdita di credibilità nei confronti delle istituzioni di quei paesi come invece tendono a sostenere quelli che attribuiscono al non voto effetti disastrosi. La pacifica convivenza fra la scarsità dei votanti e la legittimità dei governi dovrebbe invece condurci alla consapevolezza che il concetto di sovranità popolare è una  chimera. Fin quando infatti si crederà che la sovranità sia come una sostanza che un atto di volontà trasferisce dal suo legittimo proprietario - il popolo inteso come una unità indivisibile, esattamente come la sovranità d’altronde - a  chi lo deve governare,  chiunque vinca non potrà che apparire non legittimato a causa del basso numero dei votanti in generale. La volontà che trasferisce la sovranità deve essere di tutti per essere una e indivisibile. Se a votare, cioè a trasferire la sovranità, sono  poco più o addirittura meno della metà degli aventi diritto,  ciò vuol dire  o che la sovranità  è divisa o che è rimasta inespressa: in ogni caso il trasferimento della sovranità o lo sdoppiamento virtuoso del borghese nel cittadino, dell’individuale nel generale, non è avvenuto o è avvenuto male.  E ci si ostina a pensarlo nonostante il fatto che le teorie moderne della sovranità popolare come quella di Rousseau sappiano benissimo che alla fine per determinare quale sia la volontà generale o la volontà di tutti non c’è altro modo che quello di contarsi e quindi di identificare la volontà di tutti con la semplice maggioranza numerica, quantitativa,  con il 50% più uno  dei votanti.
Il popolo non esiste, esistono le parti della città che lottano fra di loro con mezzi sperabilmente pacifici e si spartiscono il governo o lo assumono a rotazione. Non esistono i tutti, ma i non tutti, nessuna volontà generale, ma singolarità qualunque,  universali singolari, senza essenza propria, ex-istenti desostanzializzati. Un principio liberale che la democrazia deve conservare è infatti quello dell’una testa un  voto: anche se la città è divisa in parti e le questioni del governo si giocano a partire dagli interessi della parti in lotta, ciò non abolità mai la libertà radicale della singolarità qualunque. 

3) Il rifiuto della democrazia è intenso e radicato. Me ne sono accorto discutendo con Ida Dominijanni e Roberto Esposito in occasione della presentazione del libro La democrazia in Italia scritto da un gruppo di filosofi italiani fra i quali c’è pure il sottoscritto. Si parlava di democrazia e Italia,  binomio che oggi si compendia in un nome: Berlusconi.  Se Berlusconi ha deformato la democrazia come vuole il mio amico Rino Genovese o ne incarna la deriva  mediatico-spettacolare, non sarà la democrazia a rappresentare una via d’uscita. In quanto responsabile della deriva berlusconiana, la democrazia liberale e  rappresentativa è morta e sbagliano   coloro - la sinistra italiana nelle sue varie declinazioni - a ritenere che il ventennio berlusconiano - come quello fascista d’altronde - non sia nient’altro che una parentesi da cui presto o tardi si uscirà per ricominciare come se nulla fosse stato da dove si era stati interrotti per l’avvento di Forza Italia e di Berlusconi o un’anomalia cui si porrà rimedio ripristinando le regole dello stato di diritto, la divisione dei poteri, e  tutti i marchingegni escogitati nella più recente modernità. Nonostante si desideri ardentemente la caduta di Berlusconi, un pessimismo aleggia nelle parole dei suoi più acerrimi nemici, Anch’io sono in lutto - per la morte della rivoluzione d’ottobre come tutti i comunisti - , ma lavoro perché dal lutto alla fine si esca. Se la democrazia liberale ha fallito - lo pensavano tutti eccetto Rino Genovese  - proviamo - è la mia tesi - a liberare la democrazia dall’abbraccio del liberalismo, visto anche che il liberalismo classico non esiste più e al suo posto si è installato il neoliberalismo nel senso indicato da Foucault, ossia una forma di potere biopolitico. Proviamo e ricominciare non dalla democrazia liberale ma dal tentativo del giovane Marx di tenere insieme democrazia e comunismo, a pensare  cioè che se a qualcosa si addice la democrazia,  è esattamente al comunismo. 
Mi si è opposta la tesi che dal momento  che  ci si era stancati di ricorrere alla   distinzione fra il comunismo come avrebbe dovuto   essere e il comunismo come effettivamente era stato,  non si aveva  alcuna voglia di ricominciare lo stesso giochino con la democrazia. La democrazia è quello che è, un  regime che spoliticizza  e che non  ha mai fatto fa da argine all’avvento dei totalitarismi, qualche volta addirittura favorendoli,  un assetto politico-sociale da cui non è lecito aspettarsi nulla.  La stessa tesi della democrazia a venire di Derrida  è un discorso idealista, disegna la democrazia come dovrebbe essere. Peccato che la realtà sia diversa.    
Eppure io non credo di essere idealista, anzi ciò che mi guida è il reale.  Ed è la guida del reale a farmi dire - ecco ciò che di irricevibile per gli altri c’è in quello che penso  - che noi oggi in Italia siamo in un pieno regime democratico, che io parlo quindi della democrazia come è, non come dovrebbe essere. È vero: Berlusconi ha liquidato la democrazia liberale, ma  ciò non significa affatto che il suo sia un regime antidemocratico. Una  volta liberata dall’involucro liberale e restituita alla sua accezione classica, la democrazia si svela per quel che è: una forma di governo non dei tutti, ma dei molti, cioè dei non-tutti, anzi meglio: delle non-tutte. La sovranità democratica è di conseguenza spaccata, contraddittoria, degenere.  La democrazia è sempre in eccesso rispetto alle leggi che tentano di fondare una situazione isonomica. La democrazia è eccessiva, eccede tutte le altre forme di governo compresa se stessa.  Per questo è sempre a un passo dalla tirannide, ma anche sempre un passo oltre. Non basta dire che Berlusconi non è una parentesi, non è un’anomalia, bisogna dire che Berlusconi è l’eccedenza democratica, un’espressione dell’eccesso democratico. Certo un eccesso reattivo,  reazionario, tanto è vero che nel suo caso sono state scomodate le gramsciane categorie storiografiche  della rivoluzione passiva e del cesarismo progressivo; ma  un eccesso contro cui si lotta soltanto con un eccesso democratico più forte, più esteso, con un aumento del tasso di democrazia, spingendo la degenerazione e la dilapidazione più oltre.
 La prima cosa che fanno le rivoluzioni democratiche è di cambiare la costituzione. Che cosa stiamo aspettando?

4) Nulla è più divertente per un comunista che la frequentazione dei conservatori. Ma di quelli veri, quelli illuminati, quelli impolitici secondo l’accezione  di cui si è fatto promotore in  Italia Roberto Esposito: una compagnia piacevole se fra essi c’è  pure un triste figuro come Georges Bataille. Ma il più conservatore  di  tutta questa congrega di conservatori è senza ombra di dubbio Jacques Lacan ed è da decenni infatti che felicemente lo frequento. Nel seminario Les non-dupes errent, l’unico vero inno   alla bellezza della stupidità e  il più grande attacco all’intelligenza e ai disastri che produce, c’è un’osservazione che ogni comunista che sia tale dovrebbe condividere e usare come una bussola per orientarsi nei meandri del reale: «essere di sinistra» - il riferimento è al maggio ’68 e allo slogan ‘L’immaginazione al potere’, ma si può traquillamente aggiornarlo - «mi pare quanto vi è di più tradizionale - e la metafora del compagno di strada non mi parrebbe essere sufficiente, se non nel registro precisamente cristiano del viator». Un comunista deve diffidare dei ‘compagni di strada’,  vale a dire di coloro che non sono né vogliono essere comunisti, ma  vogliono soltanto fare un pezzo di strada insieme, essere dei viatores, dei pellegrini come Agostino in cerca della città celeste. Un compagno di strada all’epoca di Lacan (1973-74) era, tanto per intendersi, Sartre, cioè un intellettuale borghese che si schierava accanto al proletariato. Poi compagni di strada furono gli studenti del maggio e oggi, scomparsi i comunisti, l’intellettuale di massa che per  non riconoscere la sua   proletarizzazione crescente si fa chiamare ‘ceto medio riflessivo’. Che cosa distingue o dovrebbe distinguere  un comunista da una persona genericamente di sinistra, da un compagno di strada, da un viator? La stupidità: un comunista deve essere  dupe  dell’inconscio, deve farsi minchionare sempre dall’inconscio, dal sapere inconscio. Se solo per un attimo crede di essere non-dupe, cioè furbo, di saperla lunga, di saperla più dell’inconscio, di aver imparato a non  farsi fare fesso, quello è il momento in cui cade preda dell’immaginazione e di quelli che gestiscono il potere con l’immaginazione. Un comunista non crede nelle magnifiche sorti e progressive, non si fa illudere dai saperi alla moda né dagli sfoggi dell’intelligenza,  non crede al progresso. Sa che come l’inconscio non si smuove di un passo da dove sta, così il capitale non è cambiato qualunque nuova veste abbia indosssato: la forza-lavoro è sempre là,   non è scomparsa, il discorso del capitalista impera ancora, il comunismo è intatto. Cosa di più stupido? Un comunista non ha compagni di strada, soprattutto se sono degli intellettuali.

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