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mercoledì 2 marzo 2011

Abbozzo per il programma della Critica e della Filosofia della storia espresso sotto forma di tesi

(Questo è un testo giovanile, forse il primo che abbia mai scritto. L’ho lasciato intatto con tutti i suoi difetti: il tono sentenzioso, le maiuscole eccessive, l’imitazione smaccata. Oggi non scriverei in questo modo, forse non penserei neppure le stesse cose. Ma qualche direzione di marcia si intravede ancora. Al di là della tenerezza è questa la ragione per cui lo rendo pubblico).

I
L'essenza dei Tempi Moderni è la storicità, ma l'esser storico è ciò che è sottomesso al rimando. L'evento storico vale soltanto per ciò che annunzia e prepara, mai per se stesso. Più l’Historismus ha puntato i piedi sulla differenza e l'irripetibilità dell'evento, più questo si è visto espropriato della sua verità. Per la comprensione dell’Historismus vale meno la riduzione della differenza ad un senso progressivo o regressivo, poco importa, in cui s'appaesi, quanto il fatto che quest'ultimo cada fuori da ciò che è storico. Per quanto l’Historismus s'affatichi ad affermare il futuro come incremento e novità, esso è sempre pensiero della restaurazione del senso, che non è più immanente alla storia. Che sia posto prima, come origine, o dopo, come meta, il senso è comunque dato come altro dalla storia, come negativo. Per questo, dietro la maschera della restaurazione, l’Historismus mostra il suo aspetto nichilista. Non come l'essenza che si nasconde dietro ciò che appare, ma come l'altra faccia di una stessa medaglia. Contro il suo stesso volere l’Historismus lavora per la fine della storia. Poichè mira alla restaurazione del senso, posto di fronte alla sua impossibilità, degrada nell'assenza di senso: in entrambi i casi non c'è più storia. La sua parola d'ordine è: ‘La prossima volta non ci lasceremo sconfiggere’. E lavora alla sua perdita. Il suo vero volto è in realtà la facies saturnina della ripetizione del disperatamente identico. Rende eterno il moderno senza consegnarlo al passato. È il mantello arlecchinesco che nasconde il vuoto dei Tempi moderni.

2
Il mondo moderno ha voluto se stesso privo di Tradizione. Esso è l'unico mondo che abbia tentato l'autofondazione. Ma per essere un mondo è necessario essere iscritti in una continuità, provenire da una Tradizione. I primi mondi umani, il cui passato era soltanto quello animale, hanno ovviato a tale marcanza creando essi stessi ciò di cui aver memoria: questa e non altra è la funzione del sacro. Ma perché il sacro potesse essere un autentico passato era necessario che esso, come ogni Tradizione, si perdesse nella notte dei tempi: origine senza origine, memoria non traducibile in ricordo. Il mondo moderno non è sfuggito alla regola in base alla quale l'uomo ha memoria soltanto di ciò che è proprio, ma fedele alla sua pretesa di non avere provenienza, di non avere memoria ma soltanto ricordo, di essere autonomo e senza legami, ha creato per sè un'origine tutta visibile: la Ragione. Tuttavia questa origine, nel momento stesso in cui era stata posta, si è rivelata perduta; essa è stata allora trasformata nella meta, che non arriva mai. Ciò che si voleva come origine non sacra, ha assunto le fattezze del mito: la pura violenza. Quel pensiero, che non voleva rinunciare al suo sogno, ha chiamato questo inferno la ‘Dialettica dell' illuminismo’: la sua pietà lo condanna all'impotenza.

3
La ragione divenuta mito è ciò che i moderni chiamano il passato e solo quel mondo che è privo di Tradizione è fiero di possedere un passato. Essendo nient'altro che ragione, il passato, per i moderni, non può essere altro che oggetto della conoscenza razionale, comunque sia declinata. L’esistenza della Storiografia moderna è resa possibile da quella del passato come ragione sedimentata. L’Historismus è nichilista poiché vuole dare un senso razionale a ciò che è già ragione e possiede dunque già un senso: quello mitico, cioè nessuno. L’Historismus cade nel mito perché il suo oggetto è mitico.

4
Contro il passato sta il futuro. Esso è l'unico re di un tempo disperatamente privo di sovrani. Un immenso ammasso di speranze, un immenso ammasso di macerie. Compagna del futuro è l'idea di Rivoluzione. Il paradosso della Rivoluzione consiste in questo: mentre dovrebbe introdurci nel finalmente raggiunto regno della ragione, ci sta da sempre alle spalle. La rivoluzione è già avvenuta. I Tempi Moderni sono la rivoluzione. L'unico concetto adeguato ad esprimere la rivoluzione è quello di rivoluzione perrnanente; per questo non può avvenire: essa, infatti, permane. I Tempi Moderni durano ancora.

5
Il passato, in quanto ragione e oggetto della ragione, trapassa nel semplicemente invecchiato. Nulla fa più orrore ai Tempi Moderni di ciò che è vecchio. Sul declino inevitabilmente disastroso della vecchiaia è edificata la giovinezza sempre attribuita al futuro. Ma di un padre così curvo e decrepito esso porta sempre le stimmate. Nulla, infatti, invecchia così rapidamente come il futuro. Basta che entri nella porta stretta del presente che già incanutisce. Il futuro è come (il ritratto di) Dorian Gray: giovane in società, vecchio e orribile nel ritratto chiuso sù in soffitta; ma c'è comunque il giorno in cui il diavolo viene a riscuotere il credito.

6
I Tempi Moderni hanno voluto restare eternamente giovani, così come erano nati. In nome dell'eterna giovinezza si sono trasformati da ragione in vita, che, come è noto, è giovane di diritto. Ma la vita è l'altro nome della ragione divenuta mito. La loro lotta è soltanto apparente, poichè la vita, proprio quando vuole scardinare una ragione morta, dà ragione di sè attraverso la ragione. La vita non può non voler essere forma; ma a partire dal momento in cui lo diviene non è più vita. E così via all’infinito. Questo è il movimento della rivoluzione come rivoluzione permanente. L'appello alla vita, così inteso, è fascismo. La rivoluzione permanente è reazione in atto.


7
La cesura radicale che separa i Tempi Moderni da tutti gli altri consiste nel passaggio dalla gerarchia e la distanza, la differenza qualitativa ,alla relazione soltanto orizzontale, la differenza quantitativa, tolta nell’identità vuota. La gerarchia appare autoritaria solo di fronte al tribunale della eguaglianza astratta, che calcola e lavora la differenza. I Tempi Moderni, che sono fondati sulla differenza e sul primato della sogettività, come insieme di bisogni, sono gli unici che non permettono al diverso di essere diverso. Il diverso, ridotto a differenza, cade, infatti, sotto la categoria dell'emarginazione. Ciò che vi viene relegato o da sè vi si lascia sussumere, è differenza quantitativa già prevista e calcolata, nella sua stessa conflittualità. L'emarginazione è il luogo di riproduzione dei Tempi Moderni. I Tempi Moderni sono sempre stati ‘divisi’, per poter essere meglio quell’identico, che sempre erano. L'esistenza dell'antagonista è il giubilo dei Tempi Moderni: come il bambino che sorride di gioia quando si riconosce allo specchio.

8
I mondi fondati sulla gerarchia e sulla distanza non hanno vissuto decomposizoni, ma tramonti. Sono tramontati nello splendore, come il sole che lancia l'ultimo bagliore, arrossando il cielo. Contro la falsa idea della decadenza, che cerca giustificazioni in inesistenti modelli del passato, la paura del declino dei Tempi Moderni nasconde la consapevolezza che moriranno nella decrepitezza e nell'orrore. Questo declino non merita la nostra tristezza. L'idea di barbarie è equivalente all'idea di progresso. Al discorrere del futuro s'accompagna la pratica del Revival. I Tempi Moderni sono già la propria camera mortuaria.

9
I mondi delle gerarchiae e delle distanze non sono mai stati mondi ‘lacerati’. Ma mondi fondati sulla ‘molteplicità’. Essi custodivano questa moletepÌicità, costantemente illuminata dalla Tradizione. Il loro esser molteplici permetteva la decisione. Immaginateli comne una città le cui innumeri strade si intersichino ad ogni passo e costringano ogni volta alla decisione, ma le cui mura segnino il confine in cui tutti si riconoscono. I Tempi Moderni sono una città cosmica senza confini, che si è trasformata in un labirinto. Tutte le strade sono uguali: è indifferente ormai dove si vada. Ogni luogo è identico a ogni altro.

10
I Tempi Moderni hanno voluto fare a meno di ogni Tradizione. Per questo sono soltanto passato. Ma non sono ancora un passato.

11
Contro l’Historismus, che cala nel tempo omogeneo e vuoto ciò che è storico, la Filosofia della storia lo eternizza, fissandolo come una costellazione nella volta immutabile del cielo. Mentre l’Historismus nell'ansia di pensare il futuro, rende eternamente presente l'epoca moderna, la Filosofia della storia eternizzandolo, lo finitizza e lo consegna al passato.

12
Per far divenire un passato i Tempi Moderni occorre donar loro un passato dal momento che fin quando ne sono privi non potranno mai diventarlo. Essi sono un futuro che sempre diviene passato, ma il loro esser passato non può passare a sua volta, perchè senza passato. Questo è anche l'unico modo perchè i Tempi Moderni abbiano un autentico futuro, non il futuro della Storiografia moderna, ma il futuro storico. Ciò che non è ancora, il futuro di ciò che è futuro, proviene dal passato di ciò che è passato, da ciò che è sempre già stato.

13
Il futuro non è oggetto di un progetto. Il progetto è il prolungamento del passato nel futuro: un gioco di specchi. Non si lavora per il futuro, il futuro si anticipa. Il futuro è esercizio della memoria.


14
Per la Filosofia della storia le estasi temporali sono strutturate nella forma del ritorno. Per questo essa adopera le dure espressioni: il passato del passato, il futuro del fututo. Il presente è l'attimo dell’anticipazione. Solo quel futuro che futurizza se stesso e quel passato che passa a sua volta possono incontrarsi nell’attimo. Allora il futuro che si futurizza è il passato, il passato che trapassa nel passato, il futuro. Il futuro è ciò che ci viene incontro dal passato, il passato ciò verso cui andiamo nel futuro.

15
Il tempo esiste solo come eternità. L'eternità è doppia. Ogni tempo storico è eterno. L'eternità è finita. Ogni mondo storico è eterno e finito. Non ha storia, poichè se avesse una storia cesserebbe d'essere storico. Si tramuterebbe nell’eternità identica e presente. Ogni mondo storico all'atto della sua nascita è già nel suo tramonto, eterno e finito.

16
Per la Filosofia della storia, dunque, anche il mondo moderno ha passato e un futuro storici, da sempre presenti nel suo passato e nel suo futuro. In essi risplende la mai totalmente scomparsa Tradizione. La Tradizione è una. Giace al fondo di ogni tempo storico, anche di quello che la nega. La tradizione è ciò che decide della presenza e della continuità del mondo umano sul pianeta terra, sperduto nel’immensità dell’universo.



17
La Tradizione non va confusa con ciò che oggi porta il vuoto nome di ‘Scienza della Tradizione’. La Filosofia della storia non ha nostalgie regressive, accetta integralmente il destino de Tempi Moderni. È ponendosi al centro di questo destino che essa ritrova la Tradizione. La Tradizione non si identifica con nessun ordine storico; ne è l'origine già sempre data e che sempre avviene. E' la provenienza storica di ogni storia.

18
Compito della Critica è pervenire alla verità dei Tempi Moderni secondo il dettato della Filosofia della storiadi di cui è sorella. La Critica considera i Tempi Moderni, come ogni mondo storico, come un testo sacro. La Critica esiste soltanto come ermeneutica della parola divina.La Filosofia della storia come interpretazione della risposta a questa parola. I Tempi Moderni sono quel mondo storico che con la sua risposta ha voluto esaurire la parola. Il progetto della critica kantiana è la degradazione laica della Critica.

19
La Critica non prende posizione, non è nè a favore nè contro. Sulla verità non si danno opinioni; la verità non è prospettica. La Critica neutralizza i testi a partire dal testo. Suo oggetto è la verità dell’epoca. La verità dell’epoca è consegnata nei testi. Tutti i testi, nessuno escluso, ripetono la verità; la differenza sta solo nella distanza. Ogni testo s'interpreta attraverso altri testi. Tutti i testi s'interpretano a partire dalla verità. La verità sta solo nei testi. La Critica occupa nel circolo del tempo, il luogo dell'attimo. Tra il circolo ermeneutico e il tempo come ritorno c'è omologia sostanziale. Per questo la Critica e la Filosofia della storia sono sorelle.


20
La Critica non si sostituisce mai ai testi. La Critica, infatti, non ha nulla da dire in proprio: per questo si arroga il diritto alla parola. La Critica non è il lato soggettivo o riflesso della conoscenza, ma il commento impersonale, sebbene radicalmente interessato, al testo.
La verità dell'epoca, disseminata in tutti i testi e trasparente in tutti i nomi, è per la Critica, il già dato. La Critica non produce la verità, la commenta.

21
La Critica non esclude la molteplicità dei punti d'abbrivio per pervenire alla verità; è come l’arcobaleno: i suoi colori sono la rifrazione dell’unica luce. Le condizioni della Critica sono il rigore del pensiero e la presenza dell'interprete. Nella Critica la soggettività deve essere trasparente, come la parola divina nel testo. La Critica è inesauribile e finita.

22
All’affermazione che la Critica non prende posizione deve essere apportata una chiarificazione. La Critica non è nè indifferente nè equidistante. La Critica è decisione; getta via la zavorra e si libera dal ciarpame. La Critica non è democratica: istituisce distanze e crea gerarchie.

23
La Critica fa una scelta di campo: riconosce nella classe operaia il becchino di questo mondo. Questa scelta è compiuta non in nome dell'ideologia rivoluzionaria, ma in quello della verità dell'epoca. La classe operaia è il destino dei Tempi Moderni.

24
La Critica non è in nessun modo un ennesimo tentativo di ridar fiato alla ‘funzione degli intellettuali’. Non è, infatti, portatrice di valori. Non offre nuove prospettive, non dice l'ultima parola, destinata ad essere inevitabilmente smentita. Non si tratta di riuscire a stare un po’ più in avanti di tutti gli altri, ma dentro e volti all'indietro.

25
Come la parola divina non si esaurisce nel testo, così la Critica deve attraversare il testo nella direzione della verità. A partire dalla realtà de Tempi Moderni, che non abbandona mai, la Critica ripristina la Tradizione, che situa anche questo tempo nella costellazione dell'unica storia dell'uomo.

26
Sono esistite epoche senza Critica e senza Filosofia della storia. Anche la Critica e la Filosofia della storia sono storiche e destinate al tramonto. Fanno tramontare i Tempi Moderni e tramontano con essi.

27
Essere nei Tempi Moderni come in un passato è lo scopo pratico della Critica e della Filosofia della storia. Esse educano a vivere in questo come se ci si trovasse in un altro mondo. Non occupando gli interstizi e le pieghe di questo mondo: ciò vorrebbe, infatti, dire che ci si abbandona alla rassegnazione impotente; ma sempre e soltanto il centro.
All'esercizio della Critica e della Filosofia della Storia corrisponde l'arte della Parodia. Meditazione ed arte, non in senso estetico, sono i nomi nuovi ed infinitamente distanti di teoria e prassi. L'arte della Parodia è l’esercizio della parola.

28
La Parodia non è indifferente; presta la massima attenzione: si può dare attenzione a tutto soltanto quando si è altro da tutto.
La Parodia è l'immaginario ricondotto alle regole del simbolico. I Tempi Moderni sono il trionfo dell’immaginario. La Parodia è la messa in scena dell’immaginario.

29
La Parodia richiede il massimo di serietà; ma è anche la gaia scienza. La Parodia è la depènse e la forma perfetta dell’amore.

30
La Parodia rende inauttuali e postumi.
La Parodia è la forma inattuale dell'etica.

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