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domenica 25 luglio 2010

A commento di un articolo di Silvia Baratella del 4 luglio 2009

Sostiene Baratella: in questione non è l’alienazione del corpo, simile per uomini e donne in tante situazioni, il problema vero è il desiderio sessuale femminile che in queste storie di prostituzione è messo fuori causa dal momento che l’unica cosa in gioco sembra l’appagamento del maschio. E aggiunge: se il problema è quello del desiderio sessuale femminile, la premessa è che si deve essere in primo luogo dei soggetti perché solo un soggetto può avere desideri, un oggetto no: la voglia maschile di pagare una donna, cito, per ridurre un rapporto sessuale a prestazione racconta la voglia di ridurre l’altra a oggetto, quindi senza desideri. Io contesto la posizione di partenza: non si è prima soggetti e poi desideranti, ma prima si desidera e poi si diviene soggetti di questo essere desideranti.
Secondo l’unica accezione possibile del termine soggetto, quest’ultimo è ciò che va supposto reggere l’azione, in questo caso l’azione del desiderare. In tutte le lingue prima viene l’azione poi il soggetto di questa azione, cioè l’istanza che la regge, ne permette la reiterazione e l’identità nonostante le variazioni. Il soggetto – appunto ciò che fa da sostantivo – sostiene e costruisce ciò che permane di un azione che per sua natura è in divenire e in trasformazione.
Da dove viene a ciascuno di noi, esseri della specie homo sapiens sapiens, il desiderare? Come ogni altra cosa dall’Altro. L’incontro arcaico, primordiale con l’Altro che mi accudisce, risponde al mio grido, mi procura un benessere unico perché privo di paragoni, è la genesi del mio essere desiderante. Desidero ciò che manca all’altro: se il desiderio è desiderio di ciò che non si ha, di ciò di cui si è mancanti, ciascuno di noi diviene desiderante nel senso di desiderare di essere ciò che l’Altro desidera appunto perché ne manca. Il desiderio è il desiderio dell’Altro, frase che si legge nel doppio senso del genitivo, soggettivo e oggettivo: desidero l’Altro e desidero ciò che l’Altro desidera. Essere dei soggetti vuol dire essere chiamati a sostenere questo desiderio in tutta la sua contraddittorietà: la vita passa a tentare di farlo e il più delle volte è un fallimento per tutti uomini e donne.
Sul piano del desiderio non c’è alcuna differenza fra uomini e donne: per entrambi il desiderio è il desiderio dell’Altro. Le cose cambiano quando in gioco è l’oggetto del desiderio e soprattutto le forme del godimento. Freud aveva tematizzato il problema con la domanda: che cosa vuole una donna? Appunto ‘che cosa vuole?’. Un problema sia chiaro che è tale non solo e tanto per l’uomo quanto anche per la donna: ogni donna impatterà la domanda: che cosa vuole una donna? Essere una donna dal punto di vista biologico – ma questo vale anche per l’uomo – non vuol dire per nulla sapere che cosa si vuole, anzi in molti casi la determinazione biologico-sessuale può fare da ostacolo alla formulazione stessa della domanda.
Ora per l’uomo la risposta è relativamente facile: l’uomo vuole, cioè desidera il fallo, il fallo immaginario, ossia quel fallo che manca all’Altro: dal momento che l’Altro è per tutti la madre, il fallo che manca alla madre è per definizione un fallo che non c’è e che quindi ha solo una natura fantasmatica e lo si può solo allucinare. Dove può apparire, proprio come un appare un fantasma, il fallo materno? Nel corpo femminile, ossia dove non c’è. Sfatiamo allora una prima credenza immaginaria: nessun uomo desidera il corpo femminile per sé, in quanto tale; se lo si desidera è perché esso è l’involucro in cui può apparire il fallo, il corpo femminile è un contenitore, è un vaso in cui qualche volta compaiono i fiori. Il guaio è appunto questo che i fiori non compaiono a comando e che quando compaiono nulla assicura che non scompaiano immediatamente. La più elementare spiegazione della prostituzione dal punto di vista maschile è questa: se pago, qualunque sia la forma dl pagamento, mi sottraggo al gioco estenuante della seduzione, all’incertezza sulla comparsa del fallo e sulla durata di questa comparsa, soprattutto sono esentato dal dovermi preoccupare dell’involucro cosa cui invece si è costretti nelle condizioni normali. Molte fantasie maschili sulla prostituzione di cui è piena la letteratura dimostrano che queste operazioni riescono male: alla fine si parla sempre con la prostituta, le si confidano i propri problemi, le si chiede perché lo faccia, le si vorrebbe salvare etc. Se si vuole evitare del tutto la complicazione chiamata in genere sentimentale non resta che lo stupro, ma deve essere di gruppo; se lo si fa da solo, capita che dopo la violenza il violentatore si penta del suo gesto, voglia essere perdonato, cerchi scusanti. In generale gli uomini vorrebbero essere amati anche dalle prostitute: nonostante le paghino la loro fantasia fondamentale è che la prostituta alla fine si innamori di loro e soprattutto goda e non faccia finta. Le prostitute, tutte, sia quelle di alto bordo sia quelle coatte, lo sanno benissimo.
Ora cerchiamo di vedere le cose dal lato delle donne. Su un punto mi sembra che non ci sia nulla da discutere: la stragrande maggioranza delle donne che si sono prostituite nei secoli della storia umana e si prostituiscono anche adesso lo hanno fatto e lo fanno perché costrette da condizioni economiche, sociali, da gerarchie morali, da condizioni generali di dipendenza. Per queste non c’è che una cosa da fare: attivare in ogni forma possibile processi di emancipazione da queste forme di costrizione e di dominio. E l’unica cosa assolutamente immorale è, con la scusa che tanto è un mestiere inestirpabile, far diventare la prostituzione un affare gestito dallo stato: la prostituzione di stato – le case chiuse di italiana memoria – è il peggio che si possa immaginare.
Veniamo a quelle poche che, diciamo così, scelgono la prostituzione nel senso che la loro condizione sociale ed esistenziale di partenza non le obbligava a esserlo: avrebbero potuto anche non farlo. Ma prima di affrontare questo scoglio – chè tale è evidentemente per le femministe tipo Baratella e Dominianni – riprendiamo il discorso sull’oggetto del desiderio: qui la cosa si complica, perché per un verso l’oggetto è lo stesso anche per le donne – il fallo materno -, ma contemporaneamente l’esperienza attesta da sempre che non tutte le donne desiderano il fallo o per meglio dire che il loro desiderio si articola attraverso l’oggetto fallico, ma molte desiderano altro, desiderano l’Altro direttamente senza dover passare per il fallo. Per le prime il fallo verrà ottenuto, quando le cose funzionino e non ci siano eccessive deviazioni nevrotiche, sotto forma di bambino; per le altre si apre un territorio sconosciuto e complesso. Ovviamente questa distinzione è di ordine strutturale: nella realtà anche la donna più fallica mostrerà qualche crepa, qualche insoddisfazione perenne dovuta o al fatto che il fallo ricevuto non è il fallo vero e proprio e quindi qualcosa manca sempre o addirittura perché al di là del godimento fallico resta la traccia di un altro godimento che sotterraneamente scava la fossa al precedente e lo svaluta.
Ora quel che le femministe di cui sopra non capiscono e non vogliono capire per ideologia sessista è che le donne che si prostituiscono, sia per coazione sia per ‘scelta’, non cessano minimamente di essere desideranti, quindi soggetti, nei due sensi indicati prima. Il fatto di essere prostituta di bassa lega o di alto bordo, pornostar, escort, velina, attricetta o altro ancora non ha nulla a che vedere con l’essere guidati da un godimento fallico o da un godimento che va al di là del fallo. Qui si annida il moralismo: quante prostitute desiderano la maternità – Mamma Roma di Pasolini insegna – sono madri come e più delle donne perbene, desiderano insomma un marito, dei figli, una famiglia. Ciò vale anche per le pornostar – altro discorso è se ci riescano. D’altronde è più facile che le prostitute manifestino un desiderio di normalità rispetto ad altre donne che in nome di una ‘vocazione’ – non insomma per la ‘carriera’: altro moralismo bieco – non hanno né famiglia né figli – vedi grandi attrici, artiste, cantanti etc.
E lo stesso vale per quelle che per così dire scelgono di fare le prostitute: anche per loro c’è il desiderio di maternità, di rispettabilità e così via. E per loro come per le altre c’è anche l’altro godimento, quello non fallico, che non vuol dire per niente rinuncia al godimento erotico, ma potrebbe significare in molti casi un erotismo esasperato, ai limiti del misticismo. L’ errore sta nel confondere la prostituzione con il desiderio e con il godimento come se, appunto, le prostitute non desiderassero e non godessero come le altre, qualche volta in quanto prostitute, il più delle volte indipendentemente dall’esserlo.
E veniamo all’ultimo problema: chi si prostituisce per ‘scelta’ svende il proprio corpo, soggiace al desiderio maschile, accetta di alienarsi; intanto quello che trovo inaccettabile è il corollario di questa tesi: io che non ho scelto questa strada sono superiore alla donna che invece ci si è imbarcata. Una superiorità morale che mi tornerà utile sul mercato sessuale dove potrò farmi valere e battere la concorrenza dicendo che non facendolo per soldi solo io sono una vera donna che quando ama e quando gode non lo fa in vista di qualcos’altro, non è interessata, non è subdola: uomo scegli me e non guardare le altre che ti ingannano.
Ora le donne, prostitute per scelta e signore per bene, eccetto quindi le poveracce che vi sono costrette, sanno da sempre che il loro corpo è l’involucro in cui appare l’oggetto del desiderio maschile e non desiderando il fallo allo stesso modo – ma solo come bambino – o non desiderandolo affatto, concedono all’uomo di illudersi su se stesso e su di loro e graziosamente gli permettono di provare quel misero godimento fallico di cui possono essere dispensatrici per ottenere
quel che veramente desiderano che può andare dal figlio alla totale indipendenza, economica e sociale. Gli uomini si fanno fare fessi – basta infatti che gli si faccia credere che sono dei veri amatori, che come amano loro non c’è nessuno e il gioco è fatto. È quanto di più normale avvenga da sempre nel rapporto fra i sessi. Se scandalizza tanto è perché non si accetta la radicale asimmetria nel godimento fra uomini e donne e si pretende in nome dell’ideologia che i sessi siano complementari, insomma che esista il rapporto sessuale. Ora il rapporto sessuale non esiste, i sessi sono asimmetrici, ed è in nome e a causa della prostituzione – non quella coatta, ma la prostituzione come condizione universale della femminilità: essere nel proprio corpo l’involucro dell’apparizione dell’oggetto del desiderio maschile -, che il mondo e il futuro sono delle donne e non degli uomini.

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